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BRASILE 2014
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IL MIO BRASILE
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Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> I NOSTRI RACCONTI, LE NOSTRE POESIE, LE NOSTRE OPERE
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albatros

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MessaggioInviato: 18 Apr 2011 08:04:37    Oggetto:  IL MIO BRASILE
Descrizione: autore Albatros
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Il racconto che ho deciso di proporvi a puntate, é un libro che ho scritto tra il 2005 ed il 2007; esso parla del Brasile.
Quando lo lanciai per la prima volta in rete, lo intitolai “In Brasile si puó vivere anche cosí”. Francamenente, non pensavo che il racconto potesse interessare molti lettori; lo avevo considerato solo un mio piacevole passatempo per non dimenticare la lingua italiana scritta. Invece dopo qualche settimana dal lancio, cominciai a ricevere molte mail di elogi e di complimenti. Nel tempo sono diventate migliaia di mail.
In meno di un anno, il file fu scaricato gratuitamente per oltre un milione di volte (per l’esattezza 1.236.752). Fu scaricato anche da alcune case editrici, che mi contattarono per propormi la vendita del libro in versione cartacea. Non raggiunsi nessun accordo sull’edizione cartacea, ma lo raggiunsi per la versione elettronica (file).
Dall’inizio 2008 a tutto il 2010, furono venduti 3.458 file. Da Gennaio a Marzo di quest’anno si sono venduti appena 11 file. Ho quindi deciso di toglierlo dal listino di Lulu.com per apportare alcune modifiche ed alcune aggiunte. Ho inoltre ritenuto opportuno di cambiarne anche il titolo. Il nuovo titolo del libro é “Il mio Brasile”.
Lo regalo a tutti voi. Very Happy Wink
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MessaggioInviato: 18 Apr 2011 08:04:37    Oggetto: Adv





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MessaggioInviato: 18 Apr 2011 08:19:09    Oggetto:  
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IL MIO BRASILE





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Farol de Itapuã – Salvador (Bahia)



Premessa



La mia casuale emigrazione in Brasile, avvenuta nel 1999, mi ha offerto la possibilitá di conoscere questa Terra molto approfonditamente. I miei periodi di residenza a Belo Horizonte, a Fortaleza, a Florianopolis, a João Pessoa ed a Salvador, ed i miei viaggi turistici a Rio de Janeiro, Natal, Maceió ed in altri centri minori come Ouro Preto, Tiradentes, Mariana, São José do Rio Preto, Canoa Quebrata ed altre localitá minori, mi hanno permesso di cogliere uno spaccato di ció che é veramente il Brasile. Ho ritenuto opportuno scrivere queste mie riflessioni, sperando di fare cosa gradita a tutti coloro che sono interessati al Brasile. Mi sono divertito molto a scrivere questa narrazione. Mi auguro che anche i lettori si divertano almeno un poco.




CAPITOLO 1º




Mi piace pensare che questo racconto venga letto da tutte quelle persone che, nel corso della loro vita, avvertano ogni tanto il bisogno di fermarsi un attimo e raccogliersi in una serena riflessione per riorganizzare le proprie idee. Non so se questa lettura risolverá eventuali problemi che il lettore sta attraversando; spero tuttavia che riceverá almeno un contributo per poter superare alcuni momenti negativi della propria esistenza.

La storia che sto per raccontare, anzi le storie, le sto scrivendo dal Brasile. Terra meravigliosa, Terra del sole, delle spiagge, dei divertimenti e della semplicitá; Terra di ricchezze e di povertá indescrivibili; Terra di foreste inesplorate e di innumerevoli fiumi che scorrono silenziosi tra le foreste tropicali dell’Amazzonia e del Nord-est, tra il Mato Grosso ed il Pantanal; Terra delle mulatte; Terra dell’amore.

Arrivai in Brasile, a Belo Horizonte, nell’agosto del 1999; giunsi in questa nazione dopo aver vissuto in Italia una vita molto, ma molto “movimentata”. Arrivai in quella cittá per insegnare italiano, storia e geografia in una scuola elementare italo-brasiliana, creata dalla FIAT-Auto e legalmente riconosciuta dallo Stato italiano. La selezione, alla quale mi sottoposi per andare ad insegnare in Brasile, avvenne a Torino; in quel periodo io vivevo a Roma. A Torino fui intervistato da una signora di circa 70-75 anni, la quale si presentò con il titolo accademico di dottoressa in psicologia e sociologia. Dopo un colloquio inerente il mio curriculum vitae, durante il quale fui invitato ad esprimere alcune mie opinioni personali, e dopo avermi spiegato quali erano le eventuali condizioni economiche contrattuali offertemi (circa 1.100 dollari al mese pagati in valuta locale, ossia in reais, piú un contributo mensile di 300 dollari per l’affitto dell’appartamento), mi fece rispondere (con le crocette) a tutta una serie di quiz di natura storica, filosofica, letteraria, geografica e matematica. Francamente, mentre stavo cercando di rispondere a quei quiz, pensai piú volte di desistere ma alla fine, tra mille difficoltá mnemoniche e conoscitive, completai l’opera; entro il tempo massimo stabilito (un’ora), consegnai i fogli alla dottoressa la quale mi disse che entro due giorni mi avrebbe comunicato tramite telefono, l’esito del risultato della mia prova. Ora devo far notare, con molta obiettività che, secondo la mia modesta opinione, i quiz da me azzeccati non superavano il 10 per cento per cui, tornandomene a Roma in treno da Torino, pensavo tra me e me che, molto probabilmente, non sarei stato scelto per far parte del gruppo degli otto insegnanti che la ditta stava selezionando per inviare in Brasile…
Rammaricato per aver probabilmente perso una formidabile occasione, mi raccolsi nei miei pensieri e, durante tutto il viaggio da Torino a Roma, non facevo altro che bilanci della mia attuale situazione, del mio passato e… del mio futuro. Dall’esame di tali riflessioni mi sentivo molto soddisfatto del mio passato, poco felice del presente, totalmente preoccupato sul mio futuro; tuttavia, una cosa mi piaceva molto di me, il coraggio di tentare tutte le opportunitá che mi si presentassero lungo il cammino della vita. Anche in questa circostanza avevo avuto un “grande coraggio”; ossia, pretendevo di andare ad insegnare in una scuola italo-brasiliana solo perché avevo acquisito, trent’anni prima, il diploma di Maturitá Magistrale. Non avevo mai insegnato ai bambini, forse non ne avevo nemmeno la vocazione; non avevo mai partecipato ad un concorso pubblico per l’insegnamento (era piú facile vincere una lotteria che un concorso per l’insegnamento nella scuola elementare); tuttavia avevo il “Titolo di Studio” richiesto per partecipare a detta selezione. Quindi vi partecipai.
Durante queste mie riflessioni, mentre il treno attraversava cittá addormentate e campagne avvolte dalle tenebre, pensavo che molto spesso il corso della vita di ognuno di noi é una cosa giá scritta. Ad un certo punto mi tornó in mente come ero venuto a conoscenza di quella selezione. É mio dovere spiegare al lettore che in quel periodo, per vivere dignitosamente, facevo l’autista di autobus granturismo poiché la pensione che ricevevo dallo Stato, per i miei 20 anni di servizio con la Pubblica Amministrazione, non era sufficiente per darmi da vivere; per cui, avendo io previsto in passato che avrei potuto incontrare momenti di difficoltá lavorativa o economica, mi ero in qualche modo premunito a tale evenienza, conseguendo tutti i gradi di patente di guida automobilistica, compreso il CAP (Certificato di Abilitazione Professionale) per poter guidare anche i mezzi pubblici.
Accadde infatti che, a seguito di alcune vicende della mia turbolenta vita, rimasi senza un lavoro e con pochissimi risparmi. Ritrovarsi a quasi 50 anni senza un lavoro, senza risorse economiche e senza nessuna prospettiva per il futuro si rischia decisamente molto. Non voglio quí illustrare cosa si prova a vivere in una situazione del genere, perché altri, molto piú preparati di me, sanno spiegarlo meglio, comunque posso assicurare che, se non si dispone di una struttura psichica ben equilibrata e di una morale ben solida, i pericoli a cui si va incontro sono tanti ed imprevedibili. Io mi considero un fortunato perché, pur essendomi ritrovato nella situazione di cui sopra, ho reagito bene e, con molta umiltá ma con decoro ed orgoglio, ho iniziato a fare l’autista di autobus (a 50 anni) per il trasporto di turisti. Anche questa “esperienza”, che é durata circa un anno, mi ha fatto conoscere un mondo nuovo, insegnandomi cose sconosciute.

Durante questo lavoro di autista di pulman, feci un viaggio da Roma a Milano per accompagnare un gruppo di turisti giapponesi i quali, dopo aver visitato alcune cittá italiane, tornavano in Giappone ripartendo dall’aeroporto di Milano-Malpensa. In una sosta presso un’area di servizio dell’autostrada del sole lessi, in un quotidiano milanese, che una ditta di “dimensione internazionale” stava cercando insegnanti di varie discipline, da avviare in una scuola italiana in Brasile; lessi attentamente l’annuncio, esaminai i requisiti richiesti e notai che… potevo partecipare anch’io.
Infatti partecipai. Ora il lettore si spiega il perché delle mie difficoltà mnemoniche e conoscitive nel compilare i quiz del colloquio selettivo. In sostanza non avevo piú letto un testo scolastico da circa 25 anni, e le domande dei quiz si riferivano quasi tutte a nozioni scolastiche; tuttavia, dopo due giorni dal colloquio, ricevetti la tanto attesa risposta da Torino. Avevo superato la prova. Rimasi sbigottito; incredulo; era impossibile. Pensai che la psicologa mi avesse erroneamente attribuito gli elaborati di qualche altro partecipante; decisi di richiamarla al telefono, ma lei mi confermó che non c’era stato nessun equivoco. Ero stato selezionato e dovevo preparare con urgenza i documenti per partire. Mi fu detto che sarei partito entro dieci giorni; infatti il 19 Agosto 1999 partii da Roma per Belo Horizonte (capitale dello Stato del Minas Gerais). All’aeroporto di Milano-Malpensa cercai di individuare gli altri colleghi che sarebbero partiti insieme a me; in meno di mezz’ora, pur non essendoci mai incontrati prima, ci individuammo tutti e otto. Fu molto facile familiarizzare; ognuno di noi aveva giá vissuto esperienze lavorative interessanti, ma tutti andavamo in Brasile per la prima volta. Alcuni andavano anche ad insegnare per la prima volta. Nessuno del gruppo conosceva una parola di portoghese (lingua parlata in Brasile), e ció preoccupava molto noi che andavamo ad insegnare, per la prima volta nella nostra vita, a bambini brasiliani che non conoscevano nessuna parola di italiano. Lascio immaginare al lettore quale fosse il nostro, ed in particolare il mio, stato d’animo.

Arrivammo a Belo Horizonte di venerdí sera. Il sabato mattina fummo accompagnati a conoscere la nostra nuova sede di lavoro, la scuola Fundação Torino. Ci furono presentati anche alcuni colleghi italiani che giá insegnavano in quell’istituto. La domenica cominciammo a conoscere un po’ la cittá e subito ci imbattemmo in uno dei tanti equivoci che esistono tra la lingua portoghese e quella italiana. Accadde infatti che, mentre stavo passeggiando insieme ad altri cinque colleghi, uno di loro, Paolo, si fermó di colpo e cominció a guardarsi intorno; noi, un po’ stupíti da quella strana fermata, lo sollecitammo a proseguire la passeggiata, ma lui niente, non intendeva assolutamente muoversi da lí. Noi, ancor piú incuriositi da quello strano atteggiamento, gli chiedemmo perché non volesse proseguire la camminata, ma lui, con ferma convinzione ed un po’ impaziente, ci rispose che da lì non si sarebbe mosso. Tutti noi ci guardammo intorno per capire da cosa derivasse quella strana decisione di Paolo, ma nessuno di noi riuscì a dare una spiegazione a quell’improvviso atteggiamento. Paolo, avendo capito il nostro imbarazzo, ci indicó con un dito una placca metallica posta vicino ad un distributore di benzina, tipo segnale stradale, su cui stava scritto “ fica aberta 24 horas”. Paolo, non conoscendo niente di portoghese, interpretò quella scritta con il significato italiano e quindi aveva deciso di aspettare che comparisse “colei” che la teneva aperta ininterrottamente per 24 ore e che lui, ma non solo lui, era curioso di vederla. Tutti scoppiammo in una grande e fragorosa risata, ma tutti ci chiedemmo anche cosa potesse significare quella scritta. Il dilemma ci fu risolto il giorno dopo da un altro professore italiano che da anni viveva a Belo Horizonte. Il significato di quella scritta era “resta aperto 24 ore” ossia, era una attivitá commerciale che non chiudeva mai (non aveva orari di apertura-chiusura e nemmeno riposi settimanali). Scoprimmo cosí anche uno dei vantaggi nei servizi commerciali del Brasile.

Il lunedí mattina iniziammo il lavoro; ci furono assegnate le classi e cominciammo a.............insegnare. A me furono assegnate due prime elementari ed un corso di italiano per adulti, al quale partecipavano studenti e liberi professionisti brasiliani, che desideravano apprendere la lingua italiana. Nello stesso giorno espletammo anche tutte le pratiche burocratiche ed amministrative; fu cosí che scoprii che in Brasile il mio modesto titolo di studio di Maturitá Magistrale veniva trasformato in Professore di italiano, storia, geografia e religione. Rimasi quasi stordito per l’eccessiva gratificazione accademica attribuitami, ma era cosí. Prendere o lasciare. Non avevo alternativa.
Ora mi sia consentita una riflessione. Ognuno di noi, nel corso della propria vita, prima o poi si trova ad affrontare situazioni difficoltose o di difficile soluzione, ma mai pensa di vivere situazioni totalmente imprevedibili o inimmaginabili. Io stavo vivendo una esperienza di questo tipo. Stavo vivendo una realtá tragicomica, oserei dire una commedia; avevo cinquant’anni; non avevo mai insegnato ai bambini; non conoscevo una sola parola di portoghese ed ora avevo di fronte a me una classe di 26 bambini brasiliani di 1ª elementare, a cui dovevo insegnare italiano, storia, geografia e religione (cosí prevedeva il contratto che mi fu spiegato e fatto sottoscrivere in Brasile). Inoltre, come se non bastasse, in quelle aule non esisteva nessun tipo di sussidio didattico (nessun cartellone, nessuna lettera dell’alfabeto, nessuna cartina murale illustrativa). Praticamente c’erano solo i banchi, le sedie, la lavagna ed i bambini.
Dopo pochissimi istanti di intensa e drammatica riflessione, decisi di andare avanti. Cominciai a fare alcuni disegni alla lavagna e scandivo ai bambini i nomi delle figure che stavo tracciando (disegnai figure di bambini, di giocattoli e di oggetti scolastici). Dopo varie ripetizioni insieme alla classe, cancellai i nomi sotto le figure e invitai i bambini a ripetere ció che stavano vedendo; con mia grande meraviglia, la classe ripeté tutto in modo corretto. Capii che stavo adottando un metodo che probabilmente non rientrava nei manuali della didattica ministeriale (non ne avevo mai letto uno), tuttavia era un metodo che stava funzionando molto bene. I bambini stavano imparando bene alcuni vocaboli della lingua italiana, erano molto contenti e ridevano.

Il primo vero problema lo incontrai lo stesso giorno del debutto. Piú o meno dopo circa due ore di insegnamento, prima un bambino, poi un altro e poi un altro ancora, vennero vicino al mio tavolo dicendo “professó, scí scí”, io, non intendendo quello che dicevano, li invitavo (con gesti e con parole) a tornare ai loro posti; notavo peró che questi bambini venivano vicini alla cattedra sorridenti, ma quando li invitavo ad andare ai loro posti, essi ubbidivano, ma diventavano tristi. Intuii che qualcosa non stava andando bene; uscii un attimo dalla classe e chiesi “aiuto” ad un altro insegnante italiano che stava in Brasile da vari anni e mi feci tradurre la parola “scí scí”; mi spiegó che era “fare pipí”. Tornai velocemente in classe ed invitai (anzi pregai) i bambini che avevano chiesto prima “scí scí”, ad andare al bagno; l’invito fu raccolto non solo da essi, ma molti altri li seguirono. Quando rientrarono tutti in classe, colsi l’occasione per spiegare loro quali erano le parole italiane da dire, per andare al bagno. Tutti appresero rapidamente, infatti nel giro di un quarto d’ora, dopo aver chiesto l’autorizzazione in italiano, tutta la classe (a turno) era andata al bagno. Alla fine delle lezioni, tornando verso l’albergo (Hotel Max Savassi), dove eravamo stati alloggiati, feci una rapida autovalutazione del mio operato di insegnante e dedussi che la parte piú difficile, ossia l’impatto con la nuova realtá, l’avevo superata; restavano da migliorare alcuni miei dettagli comportamentali e dovevo rapidamente aggiornarmi su alcune nozioni di didattica moderna. Comunque mi ritenevo soddisfatto.


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Belo Horizonte - Minas Gerais


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brazil
MessaggioInviato: 21 Apr 2011 07:16:55    Oggetto:  
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2º Capitolo






Dopo aver affrontato la nuova realtá lavorativa, bisognava affrontare e conoscere la nuova realtá Paese… il Brasile…Belo Horizonte.. Belo Horizonte é una cittá che ben si presta per cogliere le caratteristiche essenziali del Brasile. É una cittá grande (circa 2.500.000 abitanti) e moderna, è stata fondata circa cento anni fa (nel 1902); é ricca, secondo i parametri brasiliani (é la terza cittá in ordine di ricchezza, viene dopo San Paolo e Rio de Janeiro), ma é anche una cittá urbanisticamente disordinata; si é sviluppata in una planimetria fortemente irregolare; é una cittá di montagna (1.200 m. sul livello del mare) ed é caratterizzata da colline e dirupi, intorno ai quali sono costruiti grattacieli stretti e alti. Se si osserva Belo Horizonte dall’alto di uno dei suoi innumerevoli colli, si resta colpiti dalla “foresta” di grattacieli in essa costruiti. Belo Horizonte é una cittá senza fiume; ha un lago (il lago di Pampulha), ma é poco valorizzato e senza alcuna tutela ecologica o ambientale; ai bordi del lago c’é un museo meritevole di una visita turistica (Museo di Pampulha); per il resto, non é una bella cittá. C’é solo un quartiere (quartiere Belvedere) che puó essere lontanamente paragonabile a qualche cittá europea; tutto il resto é caos, bruttura e miseria. Il clima mineiro é un bel clima, nel Minas Gerais é sempre primavera. La media della temperatura oscilla sempre tra i 20 ed i 25 gradi. Tuttavia, quando c’é il periodo delle piogge (da maggio ad agosto), si verificano dei temporali che fanno quasi paura. Intere vie scoscese si trasformano in impetuosi ruscelli che trasportano a valle di tutto. Frequentissimi sono gli allagamenti e disastrose le conseguenze degli abitanti che vivono nelle parti basse della cittá, in fatiscenti abitazioni. Storicamente ed architettonicamente ha poco o niente da offrire Belo Horizonte; vi sono invece alcune cittá minori, a poca distanza, che meritano di essere visitate come Ouro Preto, Mariana, Tiradentes, Sete Lagoas ed altre, che ancora conservano forti testimonianze architettoniche dei colonizzatori portoghesi e spagnoli.


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Ouro Preto – Minas Gerais




Belo Horizonte dispone invece di un grande patrimonio, di cui le guide turistiche non ne fanno menzione, ed é la sua Popolazione. Essa é calorosa, accogliente, generosa, onesta, simpatica, ingenua e curiosa. Personalmente sono rimasto molto affascinato dalla bellezza delle donne Mineire (Belo Horizonte é la capitale dello Stato del Minas Gerais, per cui gli abitanti si chiamano anche Mineiri). Le donne Mineire sono veramente belle (con tutto il rispetto per le donne delle altre cittá) e sono tante. Si racconta, in quella cittá, che il rapporto abitativo uomo-donna sia di uno a dodici, ossia per ogni uomo ci sono dodici donne. Non so se questa proporzione corrisponda con le cifre del censimento belorizontino, é peró vero che a Belo Horizonte incontri un mare di belle ragazze da tutte le parti .... per le strade, nei supermercati, nei ristoranti, nelle piazze, sui mezzi pubblici, nei cinema, nelle discoteche, dovunque ci sono schiere di belle ragazze; sono alte, sorridenti, allegre, fisicamente perfette, hanno tutte una grande voglia di vivere, di divertirsi e quasi tutte sognano… l’Italia. Belo Horizonte, come tutto il Brasile, ha le sue forti contraddizioni; ci sono enormi “favelas” (agglomerati di misere e fatiscenti abitazioni) attaccate ad alti e lussuosi grattacieli (l’opulenza accanto alla miseria), separati solo da alte mura sorvegliate da vigilantes privati pagati con 100 dollari al mese. Agli occhi di noi europei non sfugge il palese classismo che esiste in Brasile (il ricco é e puó tutto, il povero é e resta misero). I valori e la dignitá umana, nelle basse fasce sociali brasiliane, non sono dei diritti, ma delle eventuali concessioni date dai ricchi. Probabilmente la vera povertá del Brasile, non sta nei bilanci delle aziende o dello Stato, ma nei bilanci dei valori umani, sociali e culturali; tuttavia questo popolo, pur tra le mille difficoltá in cui vive, sa essere ammaliatore e caloroso, é un popolo che ti prende e ti affascina, tanto che, dopo alcuni mesi di permanenza in quella cittá, e dopo aver visitato alcune altre cittá minori, feci una attenta riflessione generale e decisi che sarei rimasto in questa Terra per tutto il tempo che mi sarebbe stato possibile.

Un pomeriggio, mentre ero in un supermercato a fare delle spese, arrivato al reparto macelleria, stavo avendo qualche difficoltá di lingua con l’addetto al banco delle carni; poco distante c’era un signore, piú o meno della mia stessa etá il quale, avendo intuito la mia difficoltá linguistica, si offrí di aiutarmi; era un italiano che viveva in Brasile.
L’incontro con questo signore fu per me molto provvidenziale e, tra l’altro, mi permise in seguito di conoscere piú approfonditamente il Brasile; infatti, dopo che ebbi terminato gli acquisti, ci sedemmo ad un tavolo e cominciammo a conoscerci meglio; alla fine del dialogo scoprii, con molto piacere, che quel signore era un sacerdote missionario che stava in Brasile da circa sette anni. Peró ... se anche in Brasile i sacerdoti indossassero gli abiti clericali, oltre ad essere immediatamente riconoscibili, credo sarebbe anche tutto píú semplice!
Comunque l’amicizia tra me e padre Alberto (questo il nome di quel prete) si manifestó subito, tanto che mi invitó a prendere un caffé nella sua casa religiosa, che stava poco distante dal supermercato dove ci eravamo incontrati. Fui gentilmente presentato al padre Superiore, anche lui italiano, il quale mi accettó con un cordiale e profondo benvenuto; mi fu mostrata tutta la “casa”, la scuola, i seminaristi…; arrivammo all’ora di cena, alla quale fui invitato a partecipare anch’io. Durante la cena, mi fu fatto intendere che, quando volevo, potevo andare in quella comunitá, sia per scambiare qualche opinione, sia per pranzare o per cenare.Insomma ero il benvenuto. Compiaciuto per quell’incontro positivo, salutai e andai via.


CONTINUA ======>


Ultima modifica di albatros il 27 Gen 2012 10:44:19, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: 22 Apr 2011 02:51:15    Oggetto:  
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CAPITOLO 3º





Come accade in tutti gli ambienti di lavoro, esistono sempre delle liti interne che, molto spesso, sono riconducibili a pettegolezzi o attriti personali; ebbene anche nella scuola Fundação Torino di Belo Horizonte esistevano questi dissapori tra il personale. Per cercare di capire quali erano i motivi delle liti é indispensabile spiegare, per grosse linee, cosa era veramente questa scuola. In modo molto sintetico, ma altrettanto veritiero, il Direttore didattico della scuola elementare, in una riunione pubblica, che doveva essere un giorno di festa, disse al microfono, tra le altre cose, queste testuali parole ”...sono rammaricato nel constatare che questa struttura, che é un ORRORE, si continui ancora a chiamarla Scuola ...”. Io e gli altri miei colleghi eravamo arrivati da pochi giorni e la Scuola, insieme ai genitori, volle fare una specie di festa per darci il benvenuto; alcuni genitori ed insegnanti si avvicendarono al microfono per manifestarci la loro simpatia ma, quando fu la volta del direttore didattico, questi approfittó per esprimere le sue “nobili opinioni” su quella Scuola. Queste affermazioni, dette peraltro da un direttore didattico inviato dal Ministero della PubblicaIstruzione italiana di concerto con il Ministero degli Esteri, ci lasciarono a dir poco stupefatti; capimmo immediatamente che eravamo capitati in un ambiente “alla nitroglicerina”. Praticamente, essendo questa una scuola un po' diversa, si stava tentando di prenderne la gestione ed i relativi utili, ossia nella Fundação Torino c’erano, economicamente parlando, tre categorie di insegnanti: una categoria era formata dai “ministeriali”, inviati dallo Stato italiano, in regime di trasferta per dare riconoscimento legale alla scuola stessa (stipendiomensile netto di circa 5.700 dollari Usa, pagato dallo Stato italiano); un’altra categoria erano gli insegnanti selezionati ed assunti in Italia dalla Fiat, ma con contratto brasiliano regolato da leggi brasiliane (stipendio mensile netto di circa 1.100 dollari Usa pagato dalla Fiat); poi c’erano gli insegnanti brasiliani (stipendio mensile netto di circa 350 dollari Usa, pagato dalla Fiat). I due insegnanti Ministeriali, che avevano l’incarico di Preside e di Direttore didattico, percepivano una ulteriore indennitá mensile di circa 500 dollari Usa. Il Console d’Italia a Belo Horizonte aveva anche l’incarico (e l’indennitá) di Provveditore agli Studi. La sintetica storia della Fundação Torino é la seguente. Essa fu voluta e creata dalla Fiat-auto per rispondere alle esigenze dei figli dei dirigenti italiani Fiat, inviati a lavorare nello stabilimento di Betim (Belo Horizonte). Con la creazione di questa scuola, i figli di detti dipendenti, potevano continuare a studiare come se fossero in Italia. Ottima l’idea; ottimo lo spirito; ed ottima anche la scuola. Dopo pochi anni peró, anche i dirigenti Fiat brasiliani pretesero di studiare nella scuola italiana e cosí pure i figli. Dopo attenta valutazione e dopo aver considerato tutti i possibili vantaggi che ne sarebbero derivati, la Fiat accolse queste richieste e trasformó la scuola italiana “Guglielmo Marconi” (cosí si chiamava originariamente) in una Fondazione, chiamandola “Fundação Torino”. Purtroppo, con l’ingresso dei brasiliani in questa scuola, cambió anche il metodo d’insegnamento, adattandosi al metodo brasiliano e producendo scarsissimi risultati formativi. Essendo questa scuola divenuta una Fondazione, quindi finalizzata ad opera di beneficenza, si collocava automaticamente nella categoria delle opere assistenziali e quindi Ente finanziabile in parte dallo Stato Italiano, in parte dal Fondo Monetario Internazionale ed in parte dal Governo Brasiliano. Il riconoscimento legale in Italia, dei diplomi acquisiti dagli alunni nella Fundação Torino, era garantito dalla presenza degli insegnanti ministeriali italiani (cinque insegnanti) “in trasferta”, richiesti ed ottenuti dalla Fiat.

Praticamente questo progetto di “ingegneria giuridico-politica” dette vita alla Fundação Torino in cui c’erano una scuola materna, una scuola elementare, una scuola media inferiore, un liceo scientifico e un liceo linguistico, oltre a vari corsi di lingua italiana.
Bisogna dire che inizialmente, i partecipanti a questi corsi erano decisamente pochi (a rigor di logica avrebbero dovuto essere solo i figli dei dirigenti italiani) invece, la realtá socio-scolastica brasiliana e la notoria intraprendenza del management della Fiat, fecero sí che in pochi anni, i partecipanti ai corsi raggiunsero il numero di circa 800 unitá.
Alla luce di quanto esposto emerge chiaramente che questo Ente é stato un successo, é cresciuto molto e rapidamente per cui, si chiederá il lettore, cosa c’entrano le liti di cui sopra? Perché quel direttore didattico definí questa scuola “un orrore”?
Deve sapere il lettore che in Brasile, la realtá scolastica é molto diversa da quella italiana. Per apprendere qualcosa bisogna andare nelle scuole non statali, quindi pagare e, tanto piú la scuola é “prestigiosa”, tanto piú essa é cara. La scuola della Fundação Torino era diventata la piú prestigiosa di Belo Horizonte, la migliore in assoluto (cosí dicevano i brasiliani); era diventata quindi anche la piú cara; infatti, per frequentare quella scuola si pagavano mediamente 300 dollari al mese, oltre ai costi del materiale scolastico e della refezione, che erano tutti a carico dell’alunno, ma venduti dalla scuola stessa. Un metalmeccanico brasiliano che lavorava alla Fiat percepiva circa 250 dollari al mese.
Si consideri infine che tutto il corpo docente era composto da trenta insegnanti, di cui cinque erano pagati dallo Stato Italiano; dei venticinque rimanenti, otto erano remunerati con stipendi brasiliani (350 dollari al mese), gli altri tredici insegnanti, tra cui lo scrivente, erano remunerati con 1.100 dollari al mese. C’é da aggiungere il personale ausiliario e di servizio, circa 20 dipendenti remunerati tutti con stipendi brasiliani (300 dollari al mese). Il responsabile unico dell’Ente veniva scelto insindacabilmente dal Direttore Generale della Fiat-Sudamerica; in quel periodo l’incarico di Responsabile Unico era stato affidato ad una ex preside di un Liceo Scientifico italiano che, messasi in pensione dalla Scuola Statale italiana, aveva ricevuto questo incarico dal Direttore Generale della Fiat-Sudamerica. Lo stipendio mensile di questa ex preside era “top-secret”, ma si vociferava che percepisse circa 9.000 dollari al mese, oltre alla pensione del Ministero della Pubblica Istruzione italiana.
Probabilmente ora il lettore avrá piú chiara la situazione, ossia questo Istituto (che era ed è una Fondazione), incassava mediamente 240.000 dollari al mese (800 alunni x 300 dollari), oltre ai contributi di 12 dollari pro-alunno ottenuti dal Governo brasiliano (questo é il contributo che lo stato brasiliano versa alle scuole private, per ogni alunno frequentante, ossia l’equivalente di quello che spende per chi va nelle scuole statali), piú vari contributi dal Governo italiano, la cui entitá era a noi sconosciuta (a dire il vero questo argomento era molto “riservato”).
Le spese mensili complessive sostenute dalla Fundação Torino, non raggiungevano i 50.000 dollari Usa. Per cui questo Ente, che doveva avere nobili fini assistenziali, produceva un utile netto mensile di circa 200.000 dollari, che tradotti in vecchie lire italiane facevano circa 400.000.000 di lire al mese. La dichiarazione pubblica fatta dal famoso direttore didattico, non solo non produsse cambi di gestione, ma generó ulteriori tensioni nell’ambiente, tanto che alcuni insegnanti, ritenendosi offesi da quella dichiarazione, decisero di fare una raccolta di firme e denunciare il sig. Sisto Santalmassi alle autoritá giudiziarie competenti. Non tutti apposero la loro firma in quella lista, nemmeno io. Tuttavia fu attivata la macchina giudiziaria e disciplinare; dopo pochi mesi il direttore didattico fu trasferito in altra sede, piú esattamente in Spagna, a Barcellona e sempre in regime di “trasferta”, quindi con lo stipendio di 5.700 dollari al mese. Tre insegnanti, tra cui lo scrivente, furono licenziati senza giusta causa. Gli altri due miei colleghi di sventura, dopo il primo momento di sconcerto, furono quasi contenti di essere stati licenziati. Io no. Non solo ero scontento, ma feci anche delle energiche proteste contro il licenziamento, che purtroppo non furono recepite da nessuno. Mi fu spiegato che le leggi brasiliane prevedevano questo tipo di provvedimento. La stessa cosa me la confermó anche il Console d’Italia a Belo Horizonte.
Dalla Fundação Torino ricevetti i soldi che mi spettavano (poche centinaia di dollari), la lettera di licenziamento che, oltre ad avere effetti immediati, mi avvertiva che avevo trenta giorni di tempo per lasciare l’appartamento ed il Brasile, ed un biglietto aereo di sola andata Belo Horizonte-Roma.

Ancora una volta mi resi conto quanto ognuno di noi sia inerme di fronte al proprio destino. Ancora una volta stavo vivendo una situazione che mai e poi mai avrei creduto di dover vivere. Sembrava quasi che stessi facendo un brutto sogno e, stando nel sonno, non potevo fare niente per cambiare le cose; dovevo solo aspettare che mi svegliassi. E purtroppo al risveglio la situazione nella quale mi trovavo era le seguente: avevo piú di cinquant’anni sulle spalle; avevo interrotto tutti i rapporti con l’Italia per trasferirmi a lavorare in Brasile; ero stato licenziato dal lavoro brasiliano senza nessuna mia colpa; disponevo di poche risorse economiche ed avevo un mese di tempo per andare via dal Brasile. Forse sarebbe stato meglio che non mi fossi mai svegliato! Tuttavia, pur nelle attuali avversitá, decisi di non arrendermi e di affrontare la realtá nel miglior modo possibile, con calma e con serenitá.
Per una settimana circa, non feci altro che riflettere sul da farsi e per una migliore valutazione, consideravo anche l’ipotesidi ritornare in Italia, probabilmente a Roma o forse nella mia Ciociaria, dove sono nato e cresciuto. Francamente, facendo i paragoni tra le due nazioni, mi era difficile cogliere aspetti positivi migliori di quelli che stavo vivendo o prevedevo di cogliere in Brasile (malgrado il mio attuale momento negativo). Nel ricordare l’Italia mi tornavano alla mente le lunghe file nel traffico caotico delle cittá, lo smog che rendeva l’aria irrespirabile, l’alto ed ingiustificato costo della vita, la impossibilitá di ritrovare un lavoro, il clima freddo e umido dell’inverno che mi procurava sempre il mal di gola ed a volte anche qualche febbre, le notevoli difficoltá del vivere quotidiano fatto di tantissimi divieti e di moltissimi pagamenti. Vivendo nella semplicitá del Brasile, dopo un po’ di mesi mi resi conto come in Italia, per ogni cosa che si vuol fare, occorrono sempre dei permessi, delle licenze, delle autorizzazioni, dei nulla osta e chi piú ne ha piú ne metta. Inoltre mi ritornavano davanti agli occhi le serate passate davanti alla televisione in cui, ascoltando i programmi di “attualitá”, trasmessi dai vari salotti televisivi, osservavo che i governanti o i politici (di tutti i partiti), anziché illustrare come poter risolvere i problemi che assillavano la societá italiana, o i programmi per migliorare la societá stessa, si preoccupavano solo di sfoggiare il loro forbito linguaggio fatto di parole vuote e senza alcun significato reale, oppure le loro camicie griffate con il collo all’inglese o le loro cravatte scelte dalle relative mogli o amanti, o ancora le loro chiome uscite fresche fresche da qualche acconciatore di grido del momento. Infine mi tornavano alla mente alcuni casi di cronaca giudiziaria, in cui i Palazzi di Giustizia erano trasformati in Palazzi di Mercato delle impunitá, e le assoluzioni, a seconda degli acquirenti, venivano vendute anche in “offerte speciali”, il cui ricavato andava a rimpinguare i giá rispettabili conti bancari di avvocati, magistrati ed inquirenti corrotti.Tutto questo passava davanti ai miei ricordi e sinceramente, percepivo che mi era molto difficile ricollocarmi in un tale contesto sociale, per cui si andava sempre piú rafforzando in me l’idea di non tornare piú in Italia. Meglio una nazione meno ricca e meno colta ma piú semplice, piú umana e piú vivibile come il Brasile, anziché una nazione piú ricca, piú moderna e piú colta ma anche eccessivamente burocratizzata, esageratamente cara ed altamente inquinata come l’Italia. Ed ancora, meglio un popolo poco ricco economicamente ma ricchissimo di umanitá e di voglia di vivere, anziché un popolo ricco e tecnologicamente avanzato, ma poverissimo di umanitá e spersonalizzato dalla continua corsa al consumismo ed alla ricchezza. Un solo elemento mi richiamava verso la terra natía: i miei due figli. Tuttavia, essendomi giá legalmente separato da dieci anni, mi ero ormai parzialmente abituato alla loro lontananza (e credo anche loro). Inoltre pensavo che forse in futuro poteva essere utile anche per loro avere un “recapito” in Brasile.
Certo, non é che il Brasile sia il paradiso terrestre, ma la semplicitá, l’ingenuitá e la voglia di vivere di questo popolo; il clima (in Brasile é sempre primavera-estate) e le opportunitá di sviluppo di questa nazione, la rendono interessante sotto molti punti di vista. Dopo aver considerato tutto ció, decisi che sarei rimasto in questa terra e, non avendo nessun requisito richiesto per regolarizzare istituzionalmente la mia permanenza, decisi che sarei rimasto clandestinamente. Arrivó il giorno di scadenza del biglietto aereo di solo andata Belo Horizonte-Roma. Lo presi, lo osservai molto bene e dopo una breve ma intensa riflessione, lo strappai e lo gettai nel cestino dei rifiuti. Fu il mio definitivo addio all’Italia ed in parte al mio passato. Fu anche l’inizio della mia clandestinitá. Ora dovevo stabilire come organizzare la mia permanenza e la mia vita.
Alcuni giorni dopo aver deciso di restare in questa terra, un pomeriggio, mentre ero seduto in un bar a sorseggiare una bibita, notai una signora che, fingendo indifferenza, mi stava osservando con un certo interesse. Era una signora intorno ai quarant’anni, magra, bionda, altezza normale, non molto bella ma dall’aspetto gradevole; passando vicino al mio tavolo lei mi guardó come se avesse voluto dirmi qualcosa, ma non parló. Fui io allora ad “attaccare bottone”. Dalla conversazione, che si svolse in un clima cordiale ed amichevole, emerse che questa signora, oltre ad essere una avvocatessa, era anche professoressa di diritto commerciale in una famosa universitá privata di Belo Horizonte, inoltre era separata e madre di due figli; alla fine ci scambiammo i telefoni con l’impegno che ci saremmo sentiti il giorno dopo; cosí avvenne e dopo una settimana ero giá ospite a casa sua. Rimasi ospitato in quella casa per circa 4 mesi; fu un tempo sufficiente per apprendere meglio la lingua e per organizzare con calma il mio futuro, ma fu anche un’occasione per capire meglio la mentalitá della societá e della famiglia brasiliana. Purtroppo, in quel breve periodo, mi resi conto anche della profonda differenza di costumi, di cultura e di morale tra me e quella famiglia. Ma soprattutto lo stato di alcoolismo in cui versava quella donna (cosa che scoprii in seguito) ed il suo basso profilo morale, crearono delle tensioni che presto generarono la nostra definitiva rottura. Fu una esperienza che, pur avendomi lasciato negativamente segnato, la considero comunque interessante. Quella “storia” terminó una sera in cui, dopo una lite con quella signora, raccattai le mie poche cose, gli effetti personali, qualche libro e, dopo aver chiamato un taxi, andai via senza sapere dove. Chiesi al tassista se conoscesse qualche albergo economico; mi rispose affermativamente ed io mi ci feci accompagnare. La “pousada” (pensione o albergo), che era molto modesta, era sulla Avenida Amazzonas, aveva un ingresso piccolo ed anonimo; il prezzo richiestomi fu di ottanta dollari al mese inclusa la prima colazione; il pagamento doveva essere anticipato; la stanza assegnatami aveva le dimensioni di due metri per due e cinquanta, compreso il bagno con la doccia. Dopo essermi fatto una doccia mi distesi sul letto, erano le 22,00, mi sentivo molto stanco; feci un rapido bilancio della situazione e percepii tutto il peso della drammaticitá che stavo vivendo. Ero un clandestino, avevo nel portafogli circa cento dollari e niente piú; non avevo nessuna fissa dimora e non sapevo veramente cosa fare. Fu con questi pensieri che fui assalito da un sonno profondo che non ricordavo da anni. La mattina seguente mi svegliai alle 14,00 circa, avevo dormito ininterrottamente per 16 ore, non credevo ai miei occhi, ma era cosí; e fu un sonno molto ristoratore, mi sentivo fisicamente bene ed avevo il morale alto. Riconsiderai con maggiore serenitá la mia situazione e ne dedussi che era decisamente negativa, ma non drammatica. Iniziai il nuovo giorno (o meglio il nuovo pomeriggio) camminando nelle vie del quartiere dove stavo alloggiato; ero curioso di conoscere e di osservare; passeggiai per ore in quel quartiere di Belo Horizonte e dovunque notavo pessime strade e quasi tutte senza marciapiedi; tutte erano sporche e piene di buchi; fetori maleodoranti uscivano dalle poche fogne esistenti. Le costruzioni, quasi tutte fatiscenti o costruite con scadente stile architettonico, erano tutte recintate con alte mura, con in cima conficcati pezzi di vetro o punte di ferro per evitare che fossero scavalcate da eventuali ladri. Intanto, mentre camminavo, sentivo una strana e piacevole sensazione. Sentivo forte il denso e fragrante profumo della libertá. Mentre camminavo, avvertivo una inconscia certezza che in qualche modo avrei superato quei momenti bui.
Arrivó la sera e con essa la fame, mi fermai in una pizzeria a cenare, spesi tre dollari. Intanto, tornandomene verso il mio alloggio, mi concentrai sulla possibile ed immediata soluzione del problema economico. Avevo previsto che mi sarebbe arrivato dall’Italia il mio modesto assegno pensionistico, non prima di tre o quattro mesi (erano giá quattro mesi che avevo fatto richiesta al Ministero di inviarmelo in Brasile), per cui dovevo trovare subito i soldi per sopravvivere almeno per quattro mesi e, considerando che avrei speso il minimo indispensabile, stabilii che avrei avuto bisogno di almeno ottocento dollari. Ma dove trovarli?
Il giorno seguente decisi di andare a fare visita a Padre Alberto il quale fu ben lieto di rivedermi; dopo alcune simpatiche battute ed un cordiale reciproco sfottimento, mi invitó ad entrare nel suo ufficio; quí il tono del colloquio diventó serio, infatti mi illustró una sua mezza idea di istituire un corso di lingua italiana nella sua comunitá. Praticamente, in modo molto garbato, mi stava chiedendo la mia disponibilitá. Era suo desiderio che i seminaristi (circa una ventina) studiassero la lingua italiana e lui, che era sempre oberato di impegni, non aveva il tempo necessario per farlo. Mi confidó anche che dopo la mia passata visita che feci loro qualche mese addietro, i seminaristi gli chiesero gentilmente di domandarmi se ero disponibile ad impartire loro alcune lezioni di italiano, ovviamente ... come volontario. Da quí la sua mezza idea di studiare insieme a me, qualora fossi stato disponibile, una soluzione che potesse conciliare i reciproci interessi. Lo ringraziai per la considerazione rivoltami e gli confermai la mia disponibilitá, previo dettagliati accordi reciproci.
Giunse l’ora di pranzo e fui invitato alla loro mensa; nell’occasione ebbi anche un cordiale colloquio con alcuni seminaristi, i quali erano molto entusiasti della fattibilitá della loro richiesta. Nel primo pomeriggio, poco prima di andare via, il Direttore della Comunitá (Padre Alberto), mi assicuró che tra qualche settimana mi avrebbe telefonato per definire insieme questo suo progetto didattico.
La distanza tra la sede della Comunitá Religiosa ed il mio attuale alloggio era di circa tre quarti d’ora a piedi, ed io, che ormai andavo sempre a piedi, principalmente per risparmiare i soldi del pulman e poi perché una buona camminata non poteva che giovare alla mia salute, mi incamminai per tornare verso “casa”. Alcuni giorni dopo, mentre percorrevo questi tragitti a piedi, mi tornava alla mente il mio periodo “aureo e folle”, ossia mi ricordavo di quando possedevo e guidavo le mie belle macchine in Italia. Avevo avuto due Porsche, una Jaguar, varie Mercedes oltre a molte medie cilindrate; tuttavia, nel ricordare queste cose, non provavo nessuna tristezza e tantomeno rimpianto, anzi mi veniva da ridere e sorridevo veramente mentre camminavo.
Purtroppo anche quel giorno stava passando, ed io non avevo ancora risolto il mio impellente problema economico. Passó una settimana e non era successo niente che potesse cambiare la mia attuale situazione. Ero arrivato ormai al limite della sopravvivenza; in tasca avevo un dollaro e tre reais (moneta brasiliana) e niente piú; cominciavo a sentire la paura della disperazione. La mattina seguente mi venne in mente di telefonare a Claudio, mio caro amico; questi, che insegnava lettere al Liceo Scientifico della Fundação Torino, era un buon uomo; proveniva dal Friuli ed era un “ministeriale”. Era arrivato a Belo Horizonte un anno prima di me. Giá al nostro primo incontro nella Scuola nacque una spontanea e sincera amicizia che si rafforzó ogni giorno di piú; di lui mi piaceva la sua profonda e maniacale cultura e la sua spartana semplicitá; era un uomo profondamente onesto; ero quasi certo che avrebbe capito il mio momentaneo “stato di bisogno” e quindi mi avrebbe aiutato. Gli telefonai spiegandogli la mia situazione e gli chiesi se poteva farmi un piccolo prestito. Fissammo un incontro per il giorno dopo e quando ci incontrammo, oltre ad essere molto felice nel rivedermi, fu anche molto disponibile nel darmi il suo aiuto; quanto ti serve? -mi chiese- ottocento dollari, risposi, -arrotondiamo a mille- mi disse, cosí stai piú tranquillo e subito mi fece un assegno equivalente in moneta locale. Lo ringraziai di vero cuore e lo rassicurai che, non appena avrei ricevuto la mia pensione dall’Italia, mi sarei immediatamente sdebitato. Tirai un sospiro di sollievo quel giorno e per festeggiare il momentaneo “salvataggio”, mi offrii un pranzo regolare. Spesi 5 dollari e 50 centesimi. Furono soldi molto ben spesi. Pianificai l’importo che avrei potuto spendere giornalmente e dalla previsione di bilancio, tolsi subito 22 dollari con i quali decisi di mettere un annuncio economico mensile sul giornale locale, per dare lezioni private di Italiano.

Dopo circa una decina di giorni, ricevetti la prima telefonata di una ragazza che mi chiedeva notizie per poter effettuare un corso di italiano; detti tutte le delucidazioni e fissammo un appuntamento per incontrarci. L’incontro ebbe successo tanto che, insieme a lei, portó altri due amici che studiavano all’Universitá Federale del Minas Gerais di Belo Horizonte (UFMG). Cominciai cosí a dare lezioni di lingua; le lezioni le davo in una sala della Comunitá Religiosa, gentilmente messami a disposizione da Padre Alberto. In quello stesso periodo “il Reverendo” mi telefonó e mi illustró il suo progetto per il mio insegnamento gratuito ai seminaristi; lo accettai quasi integralmente e cosí iniziai anche il corso di italiano riservato esclusivamente a quella comunitá.
I partecipanti alle lezioni, sia i laici che i religiosi, erano entusiasti del metodo da me adottato; della cosa fu informato Padre Alberto (probabilmente lo fece qualche seminarista) il quale, facendomi le congratulazioni, mi invitó a partecipare alla messa serale che lui stava andando a celebrare nella chiesa parrocchiale vicinissima alla “nostra” casa religiosa. Gli feci garbatamente notare che, pur essendo io un cattolico convinto, non avevo la stessa convinzione nel partecipare assiduamente alle funzioni religiose per cui, se non lo riteneva offensivo, preferivo rinviare ad altra circostanza la mia presenza in chiesa. Lui, con altrettanto garbo e fermezza, insistette nell’invito assicurandomi che non me ne sarei pentito. Considerata l’amicizia che ormai esisteva tra me e padre Alberto e considerata anche la sua garbata insistenza, decisi di fare “il sacrificio” e quindi andai insieme a lui in chiesa. Fu durante la celebrazione della messa che capii a cosa si riferiva Padre Alberto, quando disse che “non mi sarei pentito”. Infatti, durante la “Predica”, comunicó ai numerosissimi fedeli presenti in chiesa (le chiese sono sempre strapiene di gente in Brasile) che nella Casa Religiosa era iniziato un corso di italiano, per cui chiunque avesse voluto studiare la lingua e la cultura italiana poteva iscriversi al corso giá dal giorno dopo.
Per dare maggior risalto alla sua comunicazione che stava dando ai fedeli, li informó anche che l’insegnante di italiano era un professore venuto dall’Italia e che in quel momento stava presente in chiesa e cosí dicendo, con un ampio sorriso da “scherzo da prete”, mi indicó con il dito. Tutta la foltissima platea si giró a guardarmi nell’angolino dove mi ero imboscato. Non só se arrossii, ma sicuramente ero un po’ impacciato; ed il “reverendo” intanto, dall’altare se la rideva tutta sotto i baffi. Ritengo tuttavia inutile nascondere la mia soddisfazione per tale “scherzo da prete”. Il giorno seguente si iscrissero circa 70 alunni di tutte le etá e culture; stabilii, insieme a Padre Alberto, che la quota d’iscrizione era di 20 Reais (circa 12 dollari) e la quota mensile di partecipazione al corso era di 25 Reais (circa 15 dollari). Il Direttore, bontá sua, mi disse che potevo trattenere per me l’intero ricavato del corso e delle iscrizioni. A lui, dopo aver preso atto della validitá del metodo d’insegnamento e della mia serietá professionale, interessava solo che insegnassi gratuitamente ai seminaristi. Ció stabilimmo verbalmente io e lui e ció feci per circa un anno e mezzo (tale fu il tempo che mi trattenni in quella Comunitá di Belo Horizonte).
Come il lettore puó facilmente dedurre da quanto illustrato, nella vita quando le cose devono andar bene, ci vanno e basta; cosí pure, quando devono andare storte, non c’é verso che tenga. Io, dopo aver vissuto momenti preoccupanti, nel giro di pochi giorni ebbi il vento totalmente a favore. Solo venti giorni prima avevo in tasca appena un dollaro e tre Reais; con la nuova situazione avevo giá nel portafogli piú di tremila Reais (circa mille e seicento dollari). Avevo risolto il mio problema economico. Telefonai a Claudio e con molto piacere, mi sdebitai anticipatamente; anche lui rimase felicemente sorpreso dal mio rapido e positivo cambiamento finanziario.



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Capitolo 4°






I diciotto mesi di permanenza nella comunitá religiosa di Belo Horizonte sono stati mesi che hanno contribuito molto al mio arricchimento culturale, sociale e psicologico; sicuramente é stato un periodo molto proficuo della mia vita, anche sotto l’aspetto affettivo. Nel bene e nel male ho vissuto quel periodo da protagonista e quando non sono stato parte in causa, sono stato spettatore privilegiato. La variegata qualitá degli alunni che ho avuto, ha fatto sí che io stesso a volte ero, a loro insaputa, loro alunno. Al corso di italiano, considerato anche il basso costo oltre al modesto impegno, consistente in una lezione settimanale di 90 minuti, partecipavano alunni di etá compresa tra i 10 e i 73 anni; tra essi c’erano avvocati, ingegneri, studenti universitari, alunni di scuola elementare, studenti di scuole superiori, impiegati, operai, pensionati, professori, dirigenti d’azienda, commercianti, ecc… ecc… Ció che mi colpiva era l’entusiasmo con cui studiavano gli alunni ultrasessantenni. Ricordo con molto piacere una coppia di sposi, lui Avvocato (classe 1927), di professione “avvocato- notaio” e la moglie (classe 1928) casalinga; entrambi molto attivi nello studio e molto interessati alla cultura italiana in genere. Con altrettanto piacere, ricordo un ingegnere sulla cinquantina e discendente di italiani che, dopo aver constatato la qualitá e la serietá del corso, iscrisse anche le sue due figlie di cui una di 10 anni e l’altra di 14. Un altro signore, di etá intorno alla sessantina ed anch’egli di discendenza italiana, si sentiva molto fiero di aver convinto a partecipare al corso due sue figlie ed un genero.

Passó circa un mese dall’inizio del corso nella casa religiosa; durante un pranzo insieme a Padre Alberto, cercammo di fare un po’ il punto della situazione e tra le varie ipotesi, decidemmo che lui avrebbe fatto, in modo molto discreto, una indagine tra gli alunni per recepire i loro umori ed eventuali lamentele sull’andamento delle lezioni da me impartite. Dopo circa una settimana gli chiesi se avesse notizie in merito, mi rispose che aveva fatto alcune “interviste” e tutte erano inequivocabilmente positive. Con amichevole ironia si complimentó con me. Intanto il corso con i seminaristi, che stava particolarmente a cuore al Direttore, procedeva regolarmente dando proficui risultati e durante una refezione insieme a loro, un seminarista (il piú anziano e prossimo sacerdote) mi chiese se ero disponibile a tenere una lezione di Italiano presso la Facoltá di Teologia della PUC (Pontificia Universitá Cattolica) di Belo Horizonte, ove loro studiavano teologia e filosofia. Piú che una lezione, la mia doveva essere una assemblea nella quale mi veniva lasciata totale libertá sulla scelta dell’argomento da trattare e che doveva essere illustrato rigorosamente in italiano. Non solo detti immediatamente la mia disponibilitá, ma fui molto lusingato nel ricevere tale invito. Fissammo immediatamente il giorno e l’ora in cui avrei impartito detta lezione.
Ritengo opportuno informare il lettore che la denominazione di “Pontificia Universitá Cattolica”, non ha niente a che vedere con il Pontefice o con ilVaticano, ma é semplicemente una denominazione di forte richiamo commerciale. In Brasile tutte le Universitá, ad eccezione di quelle federali che sono statali, sono private per cui anche la PUC é una Universitá pivata di proprietá dei monaci Gesuiti, i quali la gestiscono impartendo lezioni prevalentemente con i propri insegnanti.
Mi recai alla PUC nel giorno e nell’ora stabiliti; fui accolto da una segretaria la quale, con molta gentilezza, mi presentó ad un professore gesuita brasiliano. Dopo alcuni gentili convenevoli, ci recammo tutti e tre nell’ “aula magna” nella quale ci stavano giá aspettando circa 80-90 alunni. Fui telegraficamente presentato dalla segretaria agli alunni, che erano molto ansiosi di ascoltarmi.
Iniziai facendo loro notare che, essendo essi anche studenti della lingua italiana (nel loro programma di studi era inclusa anche un’ora settimanale di lingua italiana), sarebbe stato molto logico avere qualche conoscenza dell’origine della lingua italiana, ma proposi anche che, se loro avessero qualche tema specifico che avrebbero preferito che io trattassi, potevano chiederlo ed io mi sarei cimentato nella esposizione. All’unanimitá e con grande interesse, accettarono l’argomento da me proposto. Intanto la sala si era riempita; ora gli alunni erano circa 200. Notai subito il loro interesse quando li “provocai” chiedendo loro se sapevano quando era nata l’Italia e … quindi quando era nata Roma. Nessuno mi dette una risposta. Notai ancora maggior meraviglia nei loro occhi quando spiegai che l’origine di Roma é un misto di storia e di leggenda. Partii da questo spunto per fare una panoramica della Storia dell’Italia. Man mano che spiegavo ed illustravo gli avvenimenti che ritenevo piú illuminanti per essi, notavo nei loro volti un alto interesse nell’ascoltare le mie parole. Qualcuno prendeva frettolosamente nota di alcuni appunti, ma tutti erano presi, direi incantati dalla mia esposizione. Quando arrivai alla fine della lezione, conclusi augurando loro di conoscere al piú presto l’Italia ed in particolare Roma. Infine, se lo ritenevano opportuno, potevano pormi delle domande.
Un forte ed improvviso scroscio di applausi rimbombó fragorosamente nella grande sala (a dire il vero ebbi anche un po’ di paura; per un istante mi sembró che stesse crollando il soffitto). É inutile dire che faticai non poco per trattenere l’emozione.
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MessaggioInviato: 04 Mag 2011 23:45:51    Oggetto:  
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Capitolo 5º






Ormai la mia situazione economica si stava stabilizzando abbastanza positivamente. Davo lezioni a vari gruppi di 10-12 alunni nella comunitá religiosa; inoltre davo lezioni private ad alunni singoli che frequentavano l’Universitá Federale del Minas Gerais, ai quali chiedevo ed ottenevo, un onorario piú “adeguato”; infine facevo qualche traduzione che non avesse valore giuridico. Nel frattempo mi era anche arrivata dall’Italia la mia modestissima pensione di circa 400 dollari al mese, che in Italia mi avrebbe posto in una condizione da fame, mentre invece in Brasile mi dava una solida sicurezza economica. Decisi che era giunto il momento di vivere una vita un po’ meno disagiata; per cui affittai un appartamento, un po’ vecchiotto ma grande e comodo (pagavo circa 150 dollari al mese); comprai qualche mobile usato e gli elettrodomestici indispensabili (nuovi). Inoltre, considerato che da circa un anno non seguivo piú la televisione, decisi di continuare a vivere senza di essa. Organizzai la mia vita e pianificai i giorni di lavoro. Oltre a dare lezione nella comunitá religiosa (due giorni a settimana), davo lezioni sia in casa mia che in casa degli alunni che me lo richiedevano. Dopo qualche mese, pur conoscendo pochissimo l’informatica, avvertii la necessitá di un computer e in brevissimo tempo, ottenni risultati lusinghieri cominciando a navigare con disinvolta sicurezza in Internet. Infine comprai anche una automobile Chevrolet usata, ma molto ben tenuta. Due volte a settimana una domestica si prendeva cura delle pulizie del mio appartamento. Praticamente tutto stava andando per il verso giusto. Che bello!! Erano anni che non vivevo una sensazione cosí piacevole e rassenerante e non volevo perdere nessuna occasione per assimilarne il gusto ed il piacere. Lo ritenevo quasi un mio diritto.
Arrivó il mese di giugno nel corso del quale, in tutte le comunitá del Brasile si festeggia, in concomitanza della ricorrenza di São João, una festa folcloristica chiamata “festa junina” (festa di giugno). Anche nella comunitá religiosa di Padre Alberto si celebró la festa junina, ed io fui invitato a divertirmi un po’ con loro. La tradizione di tale festa consiste nell’indossare i vecchi, logori e rattoppati abiti che normalmente indossano i contadini delle fazendas; mangiare all’aperto i dolci ed i prodotti tipici preparati dalle donne dei fazendeiros e naturalmente, cervejas (birre), musica e balli a volontá. Accettai con piacere l’invito e mi divertii molto nel constatare la semplicitá e l’umiltá di quella gente; mi divertii molto anche ballando ed ascoltando musiche folcloristiche brasiliane. Tra le varie ragazze con le quali danzai quella sera, ci fu anche Záira.

Záira era una mulatta piuttosto scura, semplice e carina, magra e senza eccessive curve; pur avendo 27 anni, ne dimostrava circa 20. Fu lei ad invitarmi a ballare e, pur non essendo io un buon ballerino, risolsi egregiamente il compito. Il resto della serata si svolse ballando e chiacchierando con lei. Mi raccontó parte della sua storia e della sua vita; non era una bella storia e nemmeno una bella vita, tuttavia mi piaceva l’allegria che era in lei e la semplicitá con cui mi raccontava le sue tristi vicissitudini. Non era una ragazza molto intelligente, ma sicuramente abbastanza astuta e simpatica da saper risolvere egregiamente tutte le difficili situazioni che la vita le riservava. Záira era una ragazza povera. Il suo lavoro di infermiera, presso un ospedale privato, le dava un reddito di circa 120 dollari al mese. Notai che quella ragazza era molto interessata a me ed io decisi che una breve frequentazione con lei, magari della durata di qualche mese, mi avrebbe sicuramente giovato. E cosí fu. La mia frequentazione con Záira mi offrí l’opportunitá di conoscere “dal vivo” quelli che sono i problemi delle ragazze brasiliane e specialmente quelle con la pelle scura. Con l’occasione ebbi anche modo di cogliere la femminilitá delle mulatte. Una femminilitá ed una sessualitá che giustificano la fama conquistata dalle mulatte brasiliane nel mondo.
Con Záira ho vissuto momenti meravigliosi; notavo con piacere che anche lei viveva le stesse emozioni standomi vicino. Un giorno mi disse che ormai era innamorata di me e che voleva venire a vivere a casa mia. Le spiegai che, purtroppo per lei, io non avevo ancora intenzione di legarmi con nessuna donna. Volevo solo vivere e ove possibile, divertirmi. Lei si rattristí non poco, tuttavia apprezzó molto la mia sinceritá e preferí continuare la nostra storia con lo stesso affetto e calore con cui si era sviluppata fino a quel momento. Di Záira conservo un bellissimo ricordo. Quando, dopo qualche mese, decisi di chiudere con lei, fu solo perché incontrai Claudia.

Claudia era una giornalista; era una gran bella ragazza, di pelle bianca, alta, capelli lunghi e ondulati, con due occhi neri e profondi; le sue labbra erano carnose e ben fatte; i suoi bellissimi denti le rendevano il sorriso ampio e solare; aveva un fisico ben proporzionato; la vita stretta e due lunghe e perfette cosce esibivano il pú bel sedere di Belo Horizonte. Era una giovane signora intelligentissima e decisa; aveva 29 anni ed era sposata con un suo collega quarantenne; tuttavia il suo sogno nel cassetto era quello di andare a vivere in Italia. C’incontrammo per caso in un centro commerciale di Belo Horizonte; lei parlava italiano, lo aveva studiato per due anni, per cui le fu facile notare la mia nazionalitá. Probabilmente fu per questo motivo che mi sorrise (e che io interpretai come un amichevole invito) mentre stavo comprando una camicia. Ricambiai il sorriso e la invitai a bere qualcosa con me. Lei accettó e ci sedemmo all’angolo di un grazioso bar-ristorante.
L’incontro con Claudia, il modo con cui avvenne e ció che esso produsse, mi convinsero ancor piú che, nella vita di ognuno di noi, molte cose sono giá scritte. Quando le cose devono succedere, succedono senza se e senza ma. Infatti, dopo circa due ore di conversazione, e dopo vari scambi di opinione, lei mi invitó ad andare a casa sua (il marito era in viaggio all’estero dove si sarebbe trattenuto per qualche mese). Rimasi francamente sorpreso e lusingato da tale esplicito invito, tanto che la invitai a riflettere, ma il suo invito fu deciso ed inequivocabile, cosí come lo era il suo carattere.

Claudia viveva in una zona nord della periferia di Belo Horizzonte in una casa grande, tutta recintata con un alto muro e con un grande giardino all’interno. L’ingresso del portone principale della recinzione era quasi nascosto da una folta cascata di rampicanti che, entrando con la macchina, strofinavano tutti sul tetto. Tre cani, di cui uno particolarmente “cattivo”, sorvegliavano la casa giorno e notte; quando io arrivavo in quella casa, prima che entrassi, Claudia era costretta a legare i suoi “guardiani”. La relazione con Claudia assunse subito un tono di profonda e reciproca stima e ció l’aiutó molto a superare alcuni problemi intimi e psicologici. Infatti scoprii subito che lei aveva delle insicurezze e che desiderava parlarne con qualcuno che la sapesse ascoltare e possibilmente, la aiutasse a capire. Con il passare dei giorni venni a conoscenza della sua storia e delle sue intenzioni.
La sua storia non era molto diversa da tante altre storie di giovani donne brasiliane, come pure le sue intenzioni, che erano comuni alla maggior parte delle ragazze brasiliane; ossia andare a vivere in Italia. Con molta sinceritá le spiegai che, per una mia scelta di vita, avevo deciso di restare a vivere in Brasile e quindi, per il suo progetto, non ero la persona adeguata. All’inizio ella rimase un po’ scettica sulla mia “scelta di vita” ma poi, nel corso della nostra relazione, si convinse che la mia decisione era sincera ed irrevocabile. Malgrado ció Claudia desiderava molto starmi vicino, osservarmi, farmi domande; le piaceva raccontarmi le sue giornate, i suoi sogni, i suoi desideri. Desiderava molto che io le dessi le mie opinioni su ció che lei mi raccontava. Notai che aveva una grande fiducia in me; di me le piaceva molto lo stile di vita semplice che vivevo, la mia esperienza di vita e, probabilmente, la mia origine italiana, oltre al mio aspetto fisico. Francamente si era creata una forte attrazione reciproca e ció lo scoprimmo un venerdí quando lei, dopo aver terminato il suo lavoro, venne a casa mia e fummo tanto impegnati che uscimmo da lí solo il lunedí mattina per tornare al lavoro. Ci sorprendemmo entrambi nel constatare che restammo chiusi in casa due giorni e tre notti senza avvertire l’esigenza di uscire. E ció avvenne varie volte. Furono weekend casarecci indimenticabili!!!

Un giorno mentre eravamo rilassati, con un grande sorriso Claudia mi disse - Il tuo corpo piace molto al mio, ne sono felice -. Fui molto lusingato di quella sua constatazione, oltre ad esserne fiero. Inevitabilmente la mia fantasia voló in Italia pensando che lí, a differenza del Brasile, se un uomo di 51 anni tenta di “attaccare bottone” con una ragazza di 29 anni, e per di piú sposata, molto probabilmente viene considerato un “vecchio porco” e, se é un poco sfortunato, puó anche rimediare una denuncia per “tentata violenza sessuale”. Ció mi fece sorridere molto e ne parlai anche a lei. L’argomento ci stimoló molto nel prosieguo.......

Passarono le settimane ed una sera, mentre stavamo chiacchierando, ascoltammo nella strada degli spari, tipo fuochi d’artificio. Un po’ incuriosito, chiesi a Claudia se quel giorno c’era qualche ricorrenza che si festeggiava, ma subito dopo averle fatto la domanda lei, che aveva capito tutto, ridendo mi pregó di ascoltare meglio ció che proveniva da fuori. Praticamente stava avvenendo una “seresta” (serenata) ossia, nel centro, nel nord e nel nordest del Brasile esiste una simpatica e radicata tradizione che consiste nell’inviare, da parte del fidanzato, una serenata alla sua fidanzata. Tale incombenza viene affidata dal fidanzato, ad una agenzia specializzata in materia, la quale manda una macchina attrezzata con mortaretti, tric e trac, altoparlanti, microfoni, ecc... ecc... sotto le finestre dell’appartamento della fidanzata. Lí giunto, l’addetto innesca alcuni mortaretti pirotecnici per richiamare l’attenzione e poi, al microfono, grida il nome della ragazza a cui é destinata quella “manifestazione” ed il nome del ragazzo che l’ha patrocinata. Quindi, dopo aver pronunciato frasi molto sdolcinate e quasi strappalacrime, inserisce alcune canzoni romantiche (quasi sempre canzoni italiane e quindi di difficile comprensione per i brasiliani) dedicate tutte alla “fortunata” candidata la quale, nel frattempo, si é affacciata alla finestra insieme ai suoi familiari. Chiaramente, oltre al casato dell’interessata, anche gli altri condomini assistono (a volte con sopportazione) alla “serenata”. In sostanza é un simpatico e tradizionale cerimoniale per rendere pubblico un fidanzamento. Tutta la sceneggiata dura circa 20 minuti.
Quella notte ci addormentammo al suono della “seresta”.

La storia tra me e Claudia duró circa un anno e fu una bella storia per entrambi. Terminó quando lei decise di divorziare dal marito, con il quale era sposata da sette anni, per trasferirsi in Italia a Milano e convivere con un ingegnere milanese, che aveva “incontrato” in Intenet e di cui mi aveva giá ampiamente parlato. Fui molto felice nel vedere realizzato il sogno di Claudia; ma ancor piú lo fui perché tornai ad essere un uomo totalmente libero. Ci salutammo con molta amicizia e con un lungo abbraccio, durante il quale mi disse: ti devo confessare che con te ho scoperto veramente il piacere di essere donna..... Grazie!!!
Questo fu il suo ultimo saluto ed uno dei piú bei complimenti mai ricevuti.

CONTINUA ========>


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CAPITOLO 6






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Rio (fiume) São Francisco



La mia esistenza ormai scorreva tranquilla. Tramite gli annunci che mettevo sul giornale locale “Balcão”, acquisivo continuamente alunni interessati ad apprendere privatamente la lingua italiana. Ció, oltre a procurarmi vantaggi economici, mi permetteva di conoscere ed all’occasione frequentare, gente nuova. Il mio nome e la mia professionalitá avevano raggiunto una discreta notorietá tra la gente di Belo Horizonte. Sembra che io fossi diventato anche il professore di lingua italiana piú caro, ma la cosa non mi preoccupava assolutamente. Anzi, considerato che in una cittá c’é sempre un professore piú caro degli altri, preferivo che questo primato fosse mio. Gli alunni privati che si affidavano a me erano prevalentemente studenti universitari o laureati che, per vari motivi, erano interessati ad apprendere la lingua italiana. Tra essi la maggioranza era di sesso femminile e l’etá media era di circa 30 anni. Le motivazioni piú ricorrenti che li spingevano a studiare l’italiano erano le opportunitá di lavoro che avrebbero potuto avere presso la Fiat di Betim (Belo Horizonte), oppure presso la Magneti Marelli di Contagem (Belo Horizonte). Alcuni laureati erano interessati a trasferirsi in Italia per fare i ricercatori presso qualche Universitá. Altri lo studiavano perché avevano qualche relazione affettiva con italiani o perché stavano programmando un viaggio turistico in Italia. Tutti indistintamente erano comunque fortemente attratti dalla cultura e dalla storia del nostro paese. Probabilmente, il motivo per cui stavo ottenendo un discreto successo nell’insegnamento, derivava proprio dal fatto che, quando mi rendevo conto che i miei alunni mi capivano quasi perfettamente, alternavo le lezioni di grammatica con lezioni di storia e geografia italiana.
Puó sembrare un paradosso, ma non posso fare a meno di sottolineare l’indiscutibile beneficio che ho tratto dalle lezioni che impartivo ai miei alunni. Tramite essi ho avuto modo di conoscere il vero tessuto sociale brasiliano; attraverso i nostri colloqui didattici ho potuto capire la vera realtá brasiliana. Purtroppo ho dovuto constatare direttamente anche il basso livello culturale prodotto dalle scuole brasiliane (di ogni ordine e grado); mi é stato altresí possibile verificare la mancanza di ideali forti che dovrebbero essere i punti di riferimento di una societá civile e democratica. Preferisco sorvolare sul concetto di morale inteso dalla maggior parte dei brasiliani. Il rapporto diretto con essi, ed il loro modo di concepire lo studio, mi convinsero che in Brasile i titoli di studio non si acquisiscono per meriti scolastici, ma solo se si é in regola con i pagamenti rateali mensili imposti dalla scuola frequentata. Praticamente in Brasile le lauree si ottengono solo se si é in condizione di poter pagare, “in sessanta comode rate mensili”, cifre alla portata di pochi. Tuttavia ho dovuto prendere atto che queste palesi discrepanze erano occasionalmente avvertite anche da alcuni giovani studenti brasiliani; sicuramente i piú intelligenti i quali, confrontandosi con persone di altre culture occidentali, percepivano tutto il vuoto culturale e nozionistico dei loro titoli di studio. Normalmente questi giovani, non sapendo come cambiare la loro situazione socio-culturale, si affidavano a sogni impossibili o improbabili (trasferirsi in Europa o in altre parti del mondo, scegliendo preferibilmente l'Italia), o ad immediati e facili divertimenti (sesso, droga, sbornie, balli, spiagge del nord-est, etc ...etc..).
Ormai erano passati alcuni mesi e per me il tempo scorreva rapido e tranquillo. Avevo lezione quasi tutti i giorni e spesso la sera, intrattenevo piacevoli rapporti con alunne o con amiche conosciute occasionalmente.
Poche volte ho dormito da solo la notte a Belo Horizonte.
Tuttavia alcuni periodi, a causa della quantitá di ore di lezioni che impartivo agli alunni (alcuni giorni iniziavo alle otto di mattina fino alle 8 di sera), non avevo nemmeno il tempo di pranzare. Il ritmo di lavoro e l’impegno che dedicavo ad esso, stavano cominciando a produrre i primi inequivocabili segni di stress. Cominciavo a sentire qualche sintomo di stanchezza. Passarono altri pochi mesi e cominciai a notare che non riuscivo piú a conciliare bene le cose, non riuscivo piú a fare tutto ció che volevo. Dovevo trovare una soluzione che potesse restituirmi un po’ di tempo libero e la serenitá che avevo nei mesi precedenti. Ma come? Dopo varie ipotesi, giunsi alla conclusione che probabilmente era meglio che cambiassi cittá. Ormai Belo Horizonte non mi dava piú stimoli, per me stava diventando una cittá monotona, anche se ne traevo benefici. Inoltre ero attratto dall’idea di conoscere meglio il Brasile, le sue cittá, le sue spiagge, le sue foreste, le sue tradizioni. Passarono altre settimane e mi convinsi che sarebbe stato veramente molto meglio trasferirmi altrove. Tale idea prese maggior consistenza quando appresi che la comunitá religiosa, presso la quale davo lezioni, decise di farmi cambiare gli orari settimanali di lezione che erano ormai consolidati ed ai quali tutti gli alunni si erano adattati, conciliandoli con i loro impegni personali. Inoltre, per una serie di concomitanze politico-finanziarie, la mia modesta pensione che ricevevo dall’Italia aveva subito un discreto aumento che, aggiunto ad un cambio particolarmente favorevole, mi consentiva di poter vivere in Brasile anche senza lavorare. Con il mio attuale reddito pensionistico, in questa nazione ero considerato un benestante. In pochi giorni mi convinsi e decisi di partire per un’altra cittá. Ma in quale? Dopo aver consultato varie guide turistiche e dopo aver ascoltato il parere di alcuni miei alunni ed amici, decisi di trasferirmi nel Nord-Est del Brasile. Mi sarei trasferito a Fortaleza, capitale dello Stato del Ceará, distante circa 2.500 chilometri da Belo Horizonte. Avevo anche stabilito che il mio trasferimento doveva essere silenzioso; sarei partito senza avvertire nessuno fino all’ultimo giorno. In una settimana vendetti la mia Chevrolet e sistemai le mie faccende personali. Raccolsi tutti i miei libri, il computer, i miei indumenti e tutto ció che era possibile trasportare e lo sistemai in vari scatoloni di cartone. Prenotai, tramite internet, una stanza in una posada di Fortaleza. Scrissi una lettera di saluto a Padre Alberto; comprai un biglietto dell’autobus rodoviario Belo Horizonte-Fortaleza e partii alla volta di quella cittá.
Lasciai Belo Horizonte alle 21,00 del 21 Marzo 2002. La stanchezza accumulata per i preparativi della partenza ed il confortevole pulman, contribuirono notevolmente a farmi sprofondare in un sonno profondo. Quando all’alba mi svegliai, il pulman aveva giá percorso varie centinaia di chilometri. Osservai il paesaggio e rimasi affascinato dalle immense e verdi praterie che stavamo attraversando. Popolatissime mandrie di mucche pascolavano nelle interminabili fazende del Minas Gerais. Altre immense fazende producevano canna da zucchero, altre ancora esibivano curatissime piantagioni di caffé che si estendevano per centinaia e centinaia di ettari. Ormai il sole era ben alto e lungo il cammino, notai i primi gruppi di contadini che si recavano, a piedi o con i cavalli, all’interno delle fazende dove avrebbero trascorso tutto il giorno lavorando duro. Durante l’intero viaggio, da Belo Horizonte a Fortaleza, il tragitto fu un susseguirsi di interminabili fazende e cittá. Putroppo, con il procedere del pulman verso nord, si percepiva anche la inequivocabile povertá diffusa di quegli Stati. Dopo aver lasciato lo Stato del Minas Gerais, attraversai lo Stato di Bahia, di Pernambuco, di Paraíba ed infine il Ceará. Dopo due giorni e tre notti di un interessante viaggio, anche se faticoso, arrivai finalmente a Fortaleza.

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Praia de Iracema -Fortaleza


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MessaggioInviato: 12 Mag 2011 10:31:11    Oggetto:  
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CAPITOLO 7°








Fortaleza é una cittá molto diversa da Belo Horizonte; essa é la capitale dello Stato del Ceará ed ha una popolazione di circa 2.300.000 abitanti. É una cittá di mare e vive grazie al mare.
Ha un porto commerciale di grande importanza dal quale partono, per tutte le destinazioni mondiali, grandi navi porta-container e nel quale arrivano gigantesche petroliere che vengono a caricare-scaricare il petrolio e carburanti alla raffineria ivi esistente.
Un’altra industria, di primaria importanza, esistente a Fortaleza é costituita dal turismo; probabilmente senza il turismo Fortaleza non esisterebbe. Le larghe e lunghe spiagge di Fortaleza sono famose in tutto il mondo, cosí come il suo lungomare, che inizia da praia di Iracema e termina alla praia di Mucuripe. Questa “orla do mar” (lungomare) é totalmente costeggiata da lussuosi alberghi e ricchi condomini. Il porto di Fortaleza fa da divisorio tra il lussuoso lungomare nord ed il povero, ma piú verace, lungomare sud costituito interamente dalla Praia do Futuro, che si estende in un rettilineo di circa undici chilometri. E fu proprio nella Praia do Futuro che avevo prenotato una stanza in una modestissima “pousada” (pensione), tramite internet da Belo Horizonte. La prima cosa che mi colpí a Fortaleza fu il caldo. Il clima di Fortaleza é sempre caldo; é caldo da gennaio a dicembre; é caldo di notte e di giorno. Tuttavia, pur mantenendo una temperatura media annua di 30°, vi é una gradevolissima brezza marina che rende il caldo tropico-equatoriale piacevole e ben tollerabile.
A Fortaleza é estate tutto l’anno e le poche piogge che si verificano, assumono un carattere piuttosto festoso; infatti la gente continua a nuotare, a giocare sulla spiaggia o a chiacchierare sotto la pioggia, come se niente fosse; qualcun altro approfitta per fare una doccia all’aperto.
I cearensi (cosí si chiamano gli abitanti di Fortaleza e del Ceará), sono delle persone molto ospitali, molto disponibili, ma soprattutto molto semplici. Per loro la vita é una cosa facile facile; per il cearense la vita é oggi, bisogna viverla oggi; il domani é un altro giorno. La pousada, dal nome “Encontro das Aguas” (Incontro delle Acque) presso la quale ero ospitato, era di una semplicitá indescrivibile, ma molto funzionale; essa stava all’ingresso di una piccola favela ed a circa 200 metri dal mare. Era gestita dai proprietari che si erano trasferiti a Fortaleza dall’interno del Pantanal, piú esattamente provenivano da Rondonopolis, cittá dello stato del Mato Grosso, per cercare fortuna nel Ceará (chissá quanto era piú povera Rondonopolis!!). Era una famiglia molto dignitosa, gli anziani genitori, i due figli maschi sposati e le rispettive giovani mogli conducevano una vita molto modesta e tutti, ognuno con un incarico ben definito, lavoravano nella pousada. Mi colpí molto l’educazione, la discrezionalitá e l’onestá di quella famiglia. Vissi in quella pousada per un mese, e pagai circa 110 dollari, inclusa la prima colazione. Durante il mese di soggiorno nella pousada ebbi modo di conoscere abbastanza bene la cittá di Fortaleza; ció mi permise di valutare attentamente dove fissare la mia dimora. Dopo varie possibili alternative decisi di affittare un appartamento e lo scelsi di fronte al mare, a Caça e Pesca (Caccia e Pesca), nella zona finale di Praia do Futuro. Giá durante i primi giorni che vivevo a Fortaleza, avvertii nell’aria un senso di profonda e totale libertá. Osservavo la gente, i pescatori, gli artigiani, i commercianti, le ragazze; tutti agivano con calma, senza fretta, senza apparente preoccupazione; e tutti ridevano e scherzavano. Tutti vestivano in modo molto semplice; bermuda e maglietta o il semplice costume da bagno, era l’abbigliamento degli uomini; calzoncini e reggiseno o calzoncini e maglietta, era l’abbigliamento dominante delle donne. Quasi tutti usavano i cappelli per ripararsi dai cocenti raggi del sole equatoriale. Gli abitanti di Caça e Pesca erano tutta gente povera o poverissima; i loro mezzi di locomozione erano per lo piú vecchie biciclette, i loro mezzi di trasporto per lavoro erano piccoli e rudimentali carretti, costruiti da loro stessi, trainati da cavalli o da asini. La vita quotidiana di questi cearensi trascorreva lenta e quasi sempre uguale. Molti di loro traevano sopravvivenza dalle “barracas” (chioschi o ristoranti) esistenti nel lungomare. Nelle barracas svolgevano prevalentemente mansioni di camerieri o vendevano, sia alle barracas che ai bagnanti, pesci pescati da poco o prodotti artigianali fatti da loro. Chiaramente, i migliori clienti erano i turisti, specialmente quelli europei. Purtroppo, la scarsa affluenza di turisti e la forte disoccupazione esistente tra questa gente, innescava una spietata concorrenza al ribasso che, alla fine, non produceva nessun utile a coloro che riuscivano a piazzare i loro prodotti o le loro braccia. Malgrado ció, la sera si ballava, si beveva e si “namorava” molto nelle tre modestissime “boites”(discoteche) che stavano alla fine della strada di Caça e Pesca.


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Praia do Futuro – Fortaleza


La spiaggia di Praia do Futuro é una spiaggia bellissima, veramente naturale e selvaggia. Nella sua estensione di undici chilometri, é sempre molto larga (durante la bassa marea, in alcuni punti supera i 500 metri di larghezza) e costeggiata da “coqueiros” (alte piante di cocco) che, con le loro ampie foglie, contribuiscono a rinfrescare le innumerevoli ed ampie barracas. Una quotidiana e gradevolissima brezza rende il clima di Praia do Futuro incomparabile con qualsiasi altro clima al mondo. Il fruscío delle palme di cocco, unito allo spumeggiare dell’oceano, produce una inconfondibile melodia di suoni che ristora ed induce all’amore. Notai che varie ragazze, quando erano tristi o erano assalite dalla “saudade” (misto di nostalgia, speranza, tristezza e ricordi), andavano a sedersi sotto le piante di cocco e con lo sguardo, fisso all’orizzonte, “comunicavano” al mare la loro saudade mentre ascoltavano la dolce melodia. Alcune mattine facevo delle lunghe e salutari passeggiate sulla spiaggia e notavo che i cearensi, come quasi tutti i brasiliani, avevano il culto e la mania del fisico. Tutti, ricchi e poveri, belli e brutti, vecchi e giovani, bianchi e neri facevano attivitá fisiche sulla spiaggia. La maggior parte dei mulatti si esercitavano eseguendo la “Capoeira” (é un misto di arte marziale, di ginnastica e di danza di origine africana, molto diffusa nel nordest del Brasile); i piú giovani si esibivano in mare facendo il surf; la stragrande maggioranza faceva footing o camminava a passo svelto. Io mi associavo a quest’ultima categoria e, quando ero stanco, mi riposavo in una barraca, mentre osservavo le “meninhas” (ragazze) passare e sorseggiavo una fresca acqua di cocco direttamente dal frutto, sotto una frusciante pianta di cocco.
A volte mi chiedevo se non stessi vivendo in paradiso!!!

I giorni passavano senza che me ne accorgessi; trascorrevo molte ore sulla spiaggia ed in poco tempo feci amicizia con molte persone. E fu cosí che scoprii l’onestá e la bontá dei cearensi. Scherzavo con i pescatori e con i “barraqueiros” (lavoratori o proprietari delle barracas). Le ragazze, dopo aver saputo che ero un italiano, mi sorridevano con inequivocabili inviti alla conversazione o ... ad altro. Ormai tutti mi conoscevano. Per tutti ero “o amigo taliano”. In poco tempo ebbi modo di verificare che a Fortaleza, pur essendoci una triste e diffusa povertá, la popolazione é fondamentalmente onesta e buona, é umile e dignitosa. In molte circostanze ebbi modo di constatare che le donne cearensi erano molto attratte dagli uomini italiani e gradivano molto fare l’amore con loro. Per le cearensi, fare l’amore é la cosa piú spontanea del mondo e lo fanno esclusivamente perché sono attratte da un uomo, attratte dalla sua bellezza, dal suo fascino, dalla sua diversitá, dalla sua provenienza, dalla sua educazione, da un suo dettaglio e non necessariamente per soldi. Il gradevolissimo clima di Fortaleza é anch’esso complice delle piacevoli “avventure” che si vivono in quella cittá. Un altro fenomeno interessante é che, per le ragazze cearensi, un uomo di etá intorno ai 40–50 anni é considerato piú interessante del giovane ragazzo ventenne. Spesso questo comportamento viene equivocato dalle frotte di turisti europei, i quali sono portati a considerare le ragazze di Fortaleza tutte prostitute. Invece sbagliano. Sbagliano molto. É vero che le cearensi, come tutte le ragazze, non disdegnano i soldi, ma ció é dovuto esclusivamente al loro stato di necessitá. Val la pena ricordare che il Nordest é la zona geografica piú povera del Brasile, ma non la piú miserabile. C’erano invece le professioniste del sesso che, mischiate tra la gente che passeggiava nel lungomare di Praia di Iracema, cercavano di abbordare in modo simpatico qualche cliente, possibilmente “gringo” (turista straniero). Non tutte queste “garotas de programa” (prostitute) erano cearensi, molte provenivano da altre cittá dell’interno del Ceará o da altri stati del nordest (Natal, Recife, Belém, ecc...ecc..). Queste garotas venivano a “lavorare” a Fortaleza perché questa cittá aveva una maggiore affluenza di turismo straniero, quindi, per loro, c’erano maggiori possibiltá di procurarsi clienti.

Alcuni periodi, per rompere la felice monotonia di tutti i giorni, facevo dei viaggi per conoscere altre cittá del Nordest. Andai a trascorrere una settimana a Natal, capitale dello stato del Rio Grande do Nord. Due settimane le passai a Maceió, capitale dello stato di Alagoas. Tre giorni li dedicai a Canoa Quebrada, che é un grande villaggio di pescatori e dista circa 150 chilometri da Fortaleza. Tra queste localitá apprezzai molto Maceió; questa cittá é piccola (circa 350.000 abitanti), ha delle spiagge veramente belle, con fondali bassi e barriere coralline. Spero di ritornare un giorno a Maceió.
A Natal, pur avendo trascorso una rilassante settimana, rimasi un po’ deluso dalla cittá e dalle spiagge, ma non dalle ragazze che, come in tutto il Nordest, sono sempre molto simpatiche e disponibili. Tutti i miei spostamenti avvenivano prevalentemente in autobus. In Brasile non esiste la rete ferroviaria, ma solo dei rari tratti di ferrovie per cui, oltre agli aerei, l’unico ed efficiente mezzo di trasporto passeggeri, sono gli “onibus rodoviarios” (autobus attrezzati confortevolmente per percorrere lunghe distanze). Viaggiare con gli onibus in Brasile é veramente piacevole; sono dotati di aria condizionata, di bagni, di televisione e di acqua minerale compresa nel prezzo del biglietto. Ogni tre o quattro ore di viaggio fanno una sosta di circa 30 minuti presso grandi aree di servizio; oppure fanno una sosta piú breve per permettere il cambio dell’autista, che avviene rigorosamente ogni 7 ore; inoltre effettuano fermate di servizio, per far scendere o salire passeggeri, presso quasi tutte le cittá che incontrano nel loro percorso. In definitiva, viaggiando con gli onibus rodoviari, si ha veramente la possibilitá di osservare paesaggi e cittá, nonché di cogliere un flash di quella che é la realtá dell’itinerario percorso.

Nel mio viaggio al villaggio di pescatori di Canõa Quebrada, distante circa 150 chilometri da Fortaleza, ebbi modo di osservare l’arida e spoglia vegetazione del Ceará, che i brasiliani chiamano il sertão. I pochi municipi, incontrati durante il percorso, manifestavano immediatamente la loro precarietá sociale, economica e culturale. Dopo averne attraversati alcuni, mi sembravano che fossero tutti uguali; tutti con una cadente e malandata chiesa di stile portoghese o spagnolo, tutti con un largario circondato da sudici e disordinati negozi e tutti con un mercato all’aperto fatto di piccole e traballanti bancarelle, su cui c’era esposto in vendita di tutto. Le poche abitazioni fuori dai centri abitati, incontrate lungo il tragitto, erano piú simili a stalle che ad abitazioni civili. Alcune erano costruite totalmente con steccato di legno e fanghiglia di terra rossa; la copertura veniva risolta con larghe foglie di banani o di coqueiros. Spesso dentro questi “monolocali” dormiva nei letti o piú spesso nelle amache, un’intera famiglia di molte persone. Qualsiasi cittadino europeo, viaggiando nel Ceará, percepisce la diffusa ed incredibile povertá che esiste in questa parte del mondo, ma percepisce anche la diffusa ed incredibile allegria e spensieratezza che c’é in questo popolo. Questo é sicuramente uno dei misteri del Brasile!

Canoa Quebrada é una localitá molto reclamizzata dai tour operetors brasiliani, ma in realtá non é altro che un normale villaggio di pescatori con belle spiagge larghe e pulite. Il villaggio é posizionato su di una collina di sabbia, sembra quasi che sia una enorme duna di sabbia; le strade, non essendo asfaltate, sono strette e polverose; la via centrale é l’unica che ha una dimensione quasi normale, ma é anche la piú polverosa. La popolazione, di circa 1.000 abitanti, vive di pesca e di turismo. Per scendere nella spiaggia vi sono vari sentieri, quasi tutti sono molto scoscesi. Io affittai una stanza in una graziosa e confortevole pousada, dotata di piscina e di molto spazio. Il ristorante, in essa esistente, era costruito in un’ampia, alta ed artistica palafitta di legno, dalla quale si godeva una meravigliosa vista del mare in tutta la sua estensione, fino oltre l’orizzonte. Vi soggiornai due notti e tre giorni, durante i quali ebbi modo di conoscere anche i proprietari; lui era un francese che, innamoratosi di una brasiliana incontrata a Parigi, la sposó e decisero di trasferirsi a Canoa Quebrada, dove costruirono quella pousada e da essa traevano sostentamento per vivere. Due bellissime ed educatissime bambine completavano un grazioso quadretto familiare.

Il viaggio che feci a Natal, nel Rio Grande do Norte, fu un po’ deludente; duró dieci ore, durante le quali fui costretto ad ascoltare e vedere sempre la televisione. L’itinerario dell’onibus rodoviario attraversó anche la cittá di Nossoró, dove potei osservare le innumerevoli saline ed i pozzi petroliferi. Anche Natal é molto reclamizzata dagli enti turistici brasiliani, ma non corrisponde affatto alle aspettative e questo irrita un po’ i turisti che si affidano alla propaganda. Tuttavia é una cittá di mare e del Nordest, quindi anch’essa offre quasi gli stessi divertimenti delle altre cittá di mare. Ed anch’essa versa nella stessa povertá delle altre cittá del Nordest. Ho notato che in questa cittá esiste poca criminalitá e la polizia ha un comportamento che sembra essere civile ed efficiente. Il proprietario della pousada dove alloggiai era italiano e mi confermó le impressioni da me percepite; mi confermó che l’indice di criminalitá di Natal era molto basso, e che comunque si trattava di micro-criminalitá. Mi sono trattenuto in quella cittá per una settimana. La lasciai senza alcun rimpianto, considerandola senza lode e senza infamia.

A Maceió andai con l’aereo, in compagnia di un’amica, Fernanda, la quale mi offrí, bontá sua, viaggio aereo andata-ritorno e due settimane di ospitalitá in casa di suoi amici. Maceió é la capitale dello stato dell’Alagoas; é una piccola cittá di circa trecentomila abitanti ed ha delle bellissime spiagge, ampie e pulite. La caratteristica turistica principale di questa cittá sono il clima (é sempre estate come in tutto il nordest) ed i bassi fondali che si estendono per qualche miglio dalla spiaggia. Bellissimi pesci di variopinti colori sfrecciano continuamente nelle basse acque protette da barriere coralline. Un via-vai di barconi trasportano turisti e curiosi ad osservare, piú da vicino, questo meraviglioso spettacolo della natura. A circa 10 chilometri di distanza dalla cittá ci sono altre spiagge, tutte bellissime e incontaminate. A Maceió tutte le spiagge fuori della cittá sono costeggiate da folte piantagioni di cocco, e molti scorci sembrano essere gli sfondi ritratti dai famosi manifesti delle agenzie turistiche, che reclamizzano i mari tropicali. Pur essendomi trattenuto solo quindici giorni in quella cittá, ho avuto modo di apprezzare il clima, le spiagge e l’ospitalitá delle persone. Una triste caratteristica di Maceió é, manco a dirlo, la povertá; essa si manifesta e si percepisce in mille modi. Tuttavia ho notato che la popolazione, pur nella indigenza, é molto dignitosa ed educata; pochissimi chiedono l’elemosina e la criminalitá é trascurabile. Tramite Fernanda, di cui parleró in seguito, ebbi modo a Maceió di visitare un allevamento di coccodrilli. Questo allevamento era stato creato, e quindi era di proprietá, da un italiano che, trasferitosi in quella cittá ed avendo considerato che in quella regione vi era l’habitat ideale per i coccodrilli, aveva deciso di creare questa attivitá per fornire i laboratori di profumerie delle urine di questi rettili, nonché fornire le fabbriche di pelletterie delle pregiate pelli di questi animali. Scoprii in quella circostanza che le urine dei piccoli coccodrilli erano considerate molto pregiate dalle aziende produttrici di profumi, perché esse costituivano un prodotto fondamentale per la fissione di profumi di ottima qualitá. Il giorno che andammo a visitare questo allevamento, in cui Fernanda era giá stata in passato, non c’era né il proprietario e nemmeno qualche custode, non c’era nessuno; tuttavia, con un po’ di paura ed a nostro totale rischio, entrammo attraverso uno sgangherato e fragile cancello di legno, nella proprietá di questo signore che comunque era molto amico della mia accompagnatrice. Erano tanto amici che Fernanda gironzolava con molta disinvoltura e padronanza in questa specie di ... azienda agricola. C’erano coccodrilli da tutte le parti, nelle vasche, nelle gabbie, nel terreno, nei fossati; alcuni, piccolissimi, erano ancora in una specie di rudimentali incubatrici. Al nostro arrivo, mentre ci avvicinavamo, tutti i coccodrilli cercavano rifugio tuffandosi nelle vasche o nascondendosi nella melma, forse erano piú di cento e mi diceva Fernanda, che il proprietario ne aveva forse altri cento nel lago distante circa cinque chilometri, dove vivevano in uno stato di semi-libertá. Francamente la scena non era piacevole, ma la mia curiositá era tale che riuscii a sopportare la puzza, la paura e la sporcizia. Dopo circa un’ora ce ne andammo. Durante il tragitto di ritorno, Fernanda mi spiegó tutto ció che sapeva su quell’allevamento di coccodrilli e sul proprietario. Ascoltai tutto con molto interesse perché notai che erano tutte notizie genuine, che lei aveva appreso dall’allevatore. Mi incuriosí molto questo personaggio italiano che, pur essendo avanti negli anni, decise di trasferirsi in Brasile ad intraprendere un’attivitá molto rara. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo, ma non fu possibile; comunque ebbi modo di ascoltarlo telefonicamente alcuni mesi piú tardi. Dall’illustrazione fattami da Fernanda emerse che quell’allevatore aveva un fortissimo interesse per gli animali, infatti anche il figlio, che viveva in Italia, aveva creato un allevamento di topi ... sí, proprio di topi. Li allevava e poi li vendeva ai laboratori farmaceutici o agli istituti di ricerche, dove venivano usati come cavie. Fui molto sorpreso quando appresi che, sia l’allevamento di coccodrilli che l’allevamento di topi, producevano degli utili altissimi.

Fernanda era una signora brasiliana di 34 anni, originaria di Fortaleza, ma da alcuni anni viveva in Italia. Non era una bella donna e la sua intelligenza era decisamente al di sotto della media; tuttavia era una donna che dalla vita aveva avuto, e stava avendo, molto. La sua storia inizia con un incontro che fece a Fortaleza, all’etá di 16 anni, con un quarantenne ingegnere tedesco. Costui la osservó, se ne innamoró e la sposó. Il tutto avvenne in pochi mesi. Dopo il loro matrimonio decisero di andare a vivere a Maceió, dove lui lavorava per conto di una ditta chimica tedesca. Dopo tre anni di matrimonio, durante i quali vissero felici e contenti, il marito, che aveva problemi cardiaci, morí di infarto. Fernanda, non riuscendo ad adattarsi alla nuova realtá e non avendo avuto figli, decise di andare a vivere in Germania presso la famiglia del defunto marito. Sembra che in quella famiglia non sia riuscita ad inserirsi bene per cui, dopo qualche anno, incontró un medico italiano e con lui contrasse un secondo matrimonio. Questa nuova unione duró meno di un anno ed il divorzio la rese nuovamente libera. Intanto lei si era procurata un lavoro nel nord Italia e fu cosí che incontró l’attuale marito (ormai era arrivata al terzo matrimonio). Quest’ultimo consorte era un imprenditore agricolo, figlio unico e proprietario di una grande azienda agricola situata nel Piemonte. L’azienda produceva prevalentemente frutta di ottima qualitá che era destinata alle industrie di trasformazione che producevano yogurt, marmellate, succhi, conserve ecc... ecc.. L’azienda, essendo tecnologicamente avanzata, produceva anche frutti senza zuccheri (destinati ai diabetici). Gli utili netti conseguiti erano ragguardevoli, e ció permetteva a Fernanda di fare frequenti viaggi all’estero e poter offrire una vacanza ad un amico (era il mio caso). Inoltre Fernanda, oltre ad essere proprietaria di un appartamento in Germania (ereditato dal defunto primo marito), di due appartamenti a Fortaleza e di uno a Maceió (anche questo appartamento le derivava dalla vedovanza), lavorava presso un ente agricolo del Piemonte; infine era titolare della pensione derivantele dalla morte del marito tedesco. In definitiva questa donna era giovane, ricca e fortunata; ma era anche non bella, insignificante, senza cultura e senza femminilitá. Ci separammo all’aeroporto di Maceió da dove, dopo aver trascorso una simpatica ed allegra vacanza a casa dei suoi amici, io ripartii per Fortaleza e lei ripartí per l’Italia.

La mia permanenza a Fortaleza procedeva molto tranquillamente. Parlavo e scherzavo con gli stessi amici e gli stessi pescatori, facevo le solite rilassanti passeggiate sulla spiaggia e trascorrevo varie ore davanti al computer per tenermi aggiornato sugli avvenimenti nel mondo. L’unica cosa che cambiavo frequentemente, e sempre con successo, erano le mie amicizie femminili. Deve sapere il lettore che nel Ceará le donne sono trattate molto male dagli uomini brasiliani; non sono rispettate e ricevono pochissime attenzioni, per cui esse, appena si vedono osservate da un europeo, lanciano chiari ed inequivocabili sorrisi. Contemporaneamente ai piaceri, di cui sono stato ampiamente gratificato dalle cearensi, ho constatato che in quella regione molte donne vivono una vita sessuale un po’ “anomala”. Non é assolutamente mia intenzione entrare nei complicati meandri della psicologia erotica femminile o nella scienza della sessualitá, tuttavia non posso nascondere che, alcune pratiche per raggiungere l’orgasmo, delle donne cearensi, mi hanno lasciato un po’ incuriosito.

Era ormai piú di un anno che vivevo quella vita fatta di spensieratezza, di relax. A Fortaleza era quasi impossibile dormire da solo la notte, poiché le spontanee e disinteressate offerte di compagnia erano tantissime. Spesso era sufficiente farsi una passeggiata sulla spiaggia, prima del tramonto, per incontrare una graziosa mulatta con la quale cenare e dormire insieme. A volte mi chiedevo se potesse esistere un tipo di vita migliore di quella; e mi chiedevo anche quanto tempo potesse durare. Mi rendevo perfettamente conto che stavo vivendo uno stile di vita che milioni e milioni di uomini avrebbero voluto vivere, ma non potevano. Pur con le mie limitazioni economiche, ero un uomo libero, mi sentivo un uomo fortunato, direi ricco. Ero totalmente padrone di me stesso e del mio tempo.

Le ore passate in internet mi consentivano di fare altri incontri, ma mi permettevano anche di essere aggiornato e di osservare il Mondo; e fu da quí che ricevetti un incarico di lavoro da un'agenzia italiana. Il mandato che avevo ricevuto, lo dovevo svolgere a Florianopolis, capitale dello Stato di Santa Catarina, nel sud del Brasile. Tentennai un po’ prima di accettare l’incarico; mi dispiaceva molto lasciare Fortaleza, non volevo lasciarla; tuttavia mi resi conto che non potevo continuare a vivere in quell’ozio beato, e poi la remunerazione del lavoro offertami era decisamente interessante, per cui decisi di accettare. E cosí, come i sogni muoiono all’alba, anche Fortaleza per me terminó. E fu all’alba di un venerdí che presi l’onibus rodoviario con destinazione Florianopolis, a 3.900 Km di distanza, nel sud del Brasile.
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MessaggioInviato: 02 Giu 2011 01:16:43    Oggetto:  
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Capitolo 8°












Anche questo viaggio fu molto interessante; dopo lo Stato del Ceará attraversammo lo Stato di Paraíba, poi il Pernambuco, quindi lo Stato di Bahia, il Minas Gerais, lo Stato di Rio de Janeiro, di San Paolo, del Paraná ed infine arrivammo nello Stato di Santa Catarina, la cui capitale é Florianopolis. Dopo tre giorni e quattro notti di viaggio di pulman arrivai a Florianopolis, stanco e con il cuore ancora a Fortaleza. I catarinensi (cittadini dello stato di Santa Catarina) usano chiamare la loro capitale Floripa. Floripa non é una grande cittá; ha una popolazione di circa 370.000 abitanti ed é situata su di un’isola. Un lungo e bellissimo ponte unisce la cittá alla terraferma; a dire il vero i ponti sono due, paralleli e totalmente indipendenti, uno attiguo all’altro, uno per ogni senso di marcia; su ogni ponte ci sono quattro corsie di marcia e al di sotto di una corsia esterna di un ponte, c’é una lunga e panoramicissima corsia pedonale che permette di raggiungere l’isola anche a piedi; moltissime volte ho attraversato il ponte, tramite quella pista pedonale. L’impatto psicologico immediato che si ha, arrivando a Florianopolis da Fortaleza, é come se dal Brasile si arrivasse in Italia. La differenza paesaggistica, viaria, architettonica, culturale, climatica e sociale é enorme; sono due mondi diversi; sono due realtá diverse. In Santa Catarina il clima é come il sud dell’Italia; d’inverno non nevica, ma fa molto freddo, con la differenza che le stagioni sono opposte all’Italia e le case e gli appartamenti non dispongono di impianti di riscaldamento. Stufe e stufette di tutti i tipi alleviano il pungente freddo dei mesi di luglio ed agosto. Le strade sono veramente belle, larghe e ben manutenzionate; i semafori sono esattamente del tipo da formula uno (prima che arrivi il verde si spengono gradualmente i rossi che sono sopra) e negli incroci, dove si puó creare qualche raro congestionamento di traffico, vi sono delle tabelle con la scritta “quem dá smola não dá futuro” (chi dà l’elemosina, non dà futuro), per cui non si incontrano mai mendicanti ai semafori. I mezzi pubblici sono quasi tutti nuovi e dotati di aria condizionata, che spesso viene accesa anche quando non serve. Per una migliore comprensione é bene dire che questa parte del Brasile é abitata prevalentemente da emigranti di origine italiana e tedesca; ci sono anche tracce di popolazione ucraina. Le tradizioni e le culture di questi emigranti si sono fuse e con il tempo, sono riusciti ad emergere ed a differenziarsi da quella che é la cultura brasiliana, per cui in quella regione prevale un buon senso civico; la criminalitá é molto bassa e la polizia, oltre ad essere numerosa, é anche efficiente. Florianopolis, pur essendo un’isola, non dispone di grandi spiagge belle e calde come nel Nordest. I catarinensi sostengono che nella loro isola ci sono circa cento spiagge; di fatto ce ne sono solo tre o quattro (praia di Campeche, praia de Joaquina, praia dos Ingleses e praia di Jurerê) che comunque sono frequentabili per soli tre o quattro mesi l’anno; durante l’estate. Tutte le altre spiaggette che circondano l’Isola, sono talmente piccole che spesso non c’é lo spazio nemmeno per sistemare un solo tavolo con l’ombrellone. É opinione comune in Brasile, che le donne piú belle stiano a Santa Catarina o nello stato del Rio Grande do Sul (confinante con Santa Catarina); per quel che ho potuto osservare devo confermare questa opinione. A Florianoplois le ragazze sono, per la maggior parte, belle; sono prevalentemente alte, bionde, con dei seni bellissimi e con i sederi all’insú. Tutte sono ben proporzionate e tutte hanno una esagerata cura del proprio corpo, per cui le trovi a fare ginnastica in tutti i luoghi, nelle palestre, nei giardini pubblici (quasi tutti sono adeguatamente attrezzati), nel lungomare, nelle spiagge, nelle piscine. Per le catarinensi il corpo é tutto. Tuttavia, a differenza delle nordestine, le ragazze catarinensi si autovalorizzano esageratamente, tanto che scivolano facilmente nell’arroganza e nella superbia, oltre che nella stupiditá. Da quel che ho potuto constatare ed ascoltare da amici, si puó affermare che le ragazze catarinensi si conquistano prevalentemente con i soldi e con l’aspetto fisico; ogni altro valore non viene assolutamente considerato. Inoltre l'esagerata diffidenza e la menzogna ampiamente diffuse tra questa gente, li rende un po’ sgradevoli ai brasiliani del nord e del nordest, oltre che agli europei. La qualitá della cultura scolastica non si differenzia molto dal resto del Brasile, anche se l’indice di analfabetismo é quasi inesistente. L’economia é quasi tutta imperniata sull’industria agroalimentare; infatti da queste parti ci sono grandissimi allevamenti di bovini, suini ed avicoli. Alcune delle piú grandi industrie alimentari brasiliane sono installate nel sud del Brasile.

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Florianopolis (Santa Catarina)


Durante i dieci mesi di mia permanenza in quella cittá, ho avuto modo di visitare anche altri centri minori dell’interno e, con un po’ di stupore, ho scoperto che nel sud del Brasile esistono varie piccole cittá che hanno gli stessi nomi delle cittá di origine delle popolazioni ivi emigrate; per cui esiste Nuova Trento, Nuova Venezia (peró sta in collina), Nuova Belluno ecc ...ecc.... Io ho visitato Nuova Trento. Lo stesso fenomeno si é verificato con gli emigranti tedeschi per cui, a Santa Catarina esiste anche Blumenal, Nuovo Amburgo ed altre cittá simili. Come avviene a Blumenal in Germania, anche qui si festeggia l’Oktoberfest. Questa manifestazione é molto simile a quella tedesca e viene celebratcontemporaneamente ad essa, in ottobre. Andai anch’io ad assistere a questa grande festa e giungendo a Blumenal, mi sembrava quasi di entrare in una qualsiasi cittá tedesca. Tutta la cittá é simile alle cittá germaniche; é simile nell’architettura civile, le case sono tutte con i tetti molto spioventi ed i balconi tutti grondanti di fiori; le strade sono tutte belle, pulite, ornate di fiori e di piante; la gente é gentile, ma fredda e staccata. Durante l’Ocktoberfest la birra scorre a fiumi e le orchestrine, con costumi rigorosamente bavaresi, suonano brani tedeschi o tedesco-brasiliani. Francamente, se non fosse stato per la lingua che ascoltavo o per le scritte pubbliche, mi sembrava di stare in Germania. L’economia prevalente in Santa Catarina, oltre all’agricoltura ed alla zootecnia, deriva anche dai notevoli fondi che arrivano dall’Italia. Ho casualmente scoperto, infatti, che a Florianopolis arrivano tantissimi soldi dall’Italia, piú esattamente dal Trentino Alto Adige. Praticamente in quella cittá é stato creato un bel metodo per ottenere soldi dal Trentino di cui una parte poi, ritorna nelle mani di alcuni altoatesini che vanno in quella cittá ad “incassare”. Sinteticamente cercheró di spiegare come funzionava (ed ancora probabilmente funziona) il giochino. Tra le leggi esistenti nella ricca provincia autonoma di Trento, esiste anche una norma che prevede aiuti finanziari ai trentini emigrati all’estero.
Tale norma, che merita di essere sottolineata per il suo spirito umanitario e patriottistico, prevede che qualsiasi trentino residente all’estero e che sia aggregato in comunitá istituzionalmente riconosciute dalla provincia di Trento, potrá fruire di aiuti finanziari per molteplici motivi (per tornare in Italia e reinserirsi nel mondo del lavoro, o ricevere finanziamenti per attivitá agroalimentari installate in Brasile, o inviare i figli in qualche universitá trentina, o per aprire nuove attivitá artigianali in Brasile, o per studi e ricerche fatte sul Trentino ma diffuse in Brasile, o per diffondere attraverso riviste locali le tradizioni trentine, ecc.... ecc....). Per cui in Brasile esistono varie associazioni trentine; le piú diffuse sono: “Trentini nel mondo” e “Famiglia trentina”. Queste associazioni, che sono state
create esattamente come prevedeva la norma della provincia autonoma altoatesina, sono istituzionalmente riconosciute dalla provincia stessa. Ed é a queste associazioni che pervengono i considerevoli fondi stanziati dalla Provincia di Trento. Io ho avuto modo di frequentare occasionalmente la “Famiglia trentina” di Florianopolis e, tramite essa, sono venuto a conoscenza di questa organizzazione che genera un’ampia ricchezza per poche persone. Ossia, da Trento arrivano le telefonate a Florianopolis per comunicare quando devono richiedere i finanziamenti e quali sono i “progetti” che devono presentare. Una volta preparate le pezze d’appoggio per la richiesta, viene inoltrato tutto alla provincia di Trento, la quale, avendo giá i fondi stanziati, senza fare alcuna verifica sul “progetto” ricevuto, invia immediatamente i soldi. Qualche mese dopo arriva in Brasile il presidente trentino, a cui fanno capo queste associazioni nel Brasile, e stabilisce la “divisione dei pani e dei pesci”. Per dare maggiore credibilitá a tutta l’operazione, il presidente trentino si fa accompagnare da qualche amico giornalista italiano, molto ben retribuito che, dopo aver fatto alcune ridicole foto di ridicoli cerimoniali, e dopo aver fotografato qualche fazenda (il cui ignaro proprietario non ha niente a che vedere con il Trentino e con l’Italia, e nemmeno sa il motivo per cui stanno fotografando la sua fazenda) ritorna in Italia e “dimostra” che i soldi dei contribuenti italiani, destinati agli “aiuti” in Brasile, sono andati a buon fine. Ossia, con quei soldi sono stati aiutati tanti poveri trentini residenti in Brasile ed é stata anche creata una vastissima fazenda di migliaia di ettari. Tutte menzogne. Tutte balle. Per le voci che circolano a Florianopolis, quei soldi vanno una parte in tasca al Vice Console italiano onorario che, oltre a ricoprire tale incarico da oltre 25 anni, é proprietario di tre famosi ristoranti e di una azienda di prodotti surgelati ed attualmente si gode la vita, vivendo con la terza moglie che ha la stessa etá della sua figlia primogenita (29 anni). Un’altra parte va ad un signore che é segretario dell’associazione “Famiglia trentina”; é un intrallazzatore nonché uno scaltro millantatore e la cui moglie lavora al Vice Consolato d’Italia. Un’altra quota va ad un giovanotto, che é socio ed amico del segretario di cui sopra e la cui principale attivitá é quella di fare da spola Trento-Florianopolis, per motivi ben immaginabili. Un’ultima parte ritorna in Italia nelle tasche del presidente italiano delle associazioni trentine nel mondo il quale, per non mostrare apertamente le sue disponibilitá economiche a Trento, compra e possiede appartamenti a Miami, in Florida (questo é ció che mi raccontó il giornalista che stava al seguito del presidente). Considerato che queste associazioni brasiliane “umanitarie” non sono soggette alla presentazione di bilanci e tanto meno a controlli contabili, si puó immaginare quanto sia facile diventare ricchissimi in Brasile con i soldi dei contribuenti italiani. E pensare che in Italia ci sono oltre due milioni di pensionati che devono sopravvivere con meno di 500 Euro al mese e probabilmente, qualcuno di loro stará anche in Trentino!!!
Comunque, al di lá dell’arte di arrangiarsi di cui sopra, bisogna sottolineare che la cittá di Florianopolis merita di essere segnalata per la buona qualitá di vita che offre ai propri abitanti, nonché per il basso costo della stessa rapportato alla qualitá dei servizi offerti. Se non fosse stato per il clima, che é freddo e ventoso per circa sei mesi l’anno, e se non fosse stato per la freddezza e la diffidenza delle catarinensi, avrei scelto di vivere indeterminatamente in quella cittá.

Da quando ho iniziato a vivere da separato (nel 1993), mi sono imposto, per proteggermi meglio da “brutte sorprese” e per correggere eventuali cattive abitudini alimentari, di sottopormi almeno una volta l’anno alle analisi del sangue e delle urine. Purtroppo a Fortaleza avevo lasciato passare piú di un anno senza effettuare nessuna analisi clinica; per cui, dopo il mio arrivo a Florianopolis e dopo che mi ero sistemato nella nuova residenza, decisi che al piú presto mi sarei procurato un medico per effettuare un completo controllo sul mio stato di salute. Purtroppo, quando ci si trasferisce in nuove cittá, prima che ci si ambienti e che la vita si normalizzi, passano mesi, a volte anche qualche anno; fu ció che successe anche a me. Dopo quasi un anno che ero arrivato in quella cittá e dopo aver chiesto informazioni in giro, scoprii, con mia grande meraviglia, che esisteva il SUS “Sistema Unico de Saude” (l’equivalente della ASL italiana) che era totalmente gratuito e, cosa molto importante, offriva assistenza sanitaria anche ai non brasiliani; era sufficiente possedere il CPF (Codigo de Pessõa Fisica), l’equivalente del Codice Fiscale italiano. Poiché io ero giá possessore di tale CPF, pur essendo un clandestino (non avevo il visto permanente per restare in Brasile), mi recai presso il SUS piú vicino alla mia abitazione e immediatamente mi fu rilasciato un tesserino sanitario. Contemporaneamente prenotai la visita medica, che avvenne il giorno seguente. Mi furono prescritte le analisi, anch’esse totalmente gratuite, che feci presso un laboratorio indicatomi dallo stesso SUS. Dopo aver ritirato gli esiti degli esami biologici, ritornai dallo stesso medico il quale, dopo aver letto i risultati delle analisi e dopo avermi avvertito di alcuni valori anormali in esse contenute, mi consiglió di procurarmi un urologo privato. Ció feci con urgenza. Dalla visita dell’urologo emersero seri sospetti che ero affetto da un brutto male. Quella diagnosi mi lasció quasi stordito. É inutile nascondere cosa provai ascoltando le parole dell’urologo. Fu come se all’improvviso fosse andata via la luce ... per sempre. Avvertii di colpo tutta la mia solitudine. Poi per un istante, presi coscienza che era solo un sospetto; mi rincuorai un po’. Il medico mi prescrisse di sottopormi ad una biopsia prostatica, la quale avrebbe potuto confermare o meno la sua ipotesi. Tra la prenotazione di detto esame bioptico, il prelievo ed il risultato, passó circa un mese. Fu il mese piú lungo della mia vita. Mi sembró un’eternitá. Purtroppo l’esito dell’esame bioptico dette esito positivo. Avevo un tumore alla prostata. Il sole si era spento per sempre. Ulteriori esami specifici stabilirono che esso era di aggressivitá medio-alta. Mi spiegarono anche che avevo buone opportunitá di combatterlo e di sconfiggerlo. Non dovevo demoralizzarmi. Ora dovevo decidere, in breve tempo, cosa fare; se tornare in Italia per sottopormi alle opportune terapie o se restare in Brasile e tentare ti curarmi in loco. Prima di prendere qualsiasi decisione consultai altri tre oncologi; ognuno, pur confermando la prognosi tumorale, mi dette dei consigli terapeutici diversi; ad ognuno di essi chiesi quali erano o potevano essere le cause che generano il cancro alla prostata e tutti concordarono nel dirmi che ancora la medicina non era in grado di stabilirne esattamente l’origine. Tuttavia, dai colloqui avuti, dedussi e mi convinsi che comunque avrei dovuto lasciare Florianopolis perché, per il tipo di terapia alla quale era consigliabile sottopormi (radioterapia conformazionale), in quella cittá non esisteva un centro oncologico attrezzato. Le cittá brasiliane che disponevano di tale centro specializzato erano: San Paolo, Rio de Janeiro, Salvador, Porto Alegre e Curitiba. Da ulteriori informazioni acquisite, il quadro che ne uscí era che il servizio sanitario pubblico brasiliano era simile a quello italiano, ma non uguale; per i ricoveri ospedalieri, per qualsiasi terapia e per gli interventi chirurgici deve pagare tutto il paziente o, se si dispone di una polizza assicurativa (chiamata plano de saude), paga tutto l’assicurazione. Nel mio caso, che non disponevo di nessuna polizza, dovevo pagare tutto io. Per tali terapie avrei dovuto pagare circa cinquemila dollari. Questa notizia contribuí notevolmente ad aggravare il mio stato psicologico, oltre alla mia non rosea situazione finanziaria. Dopo alcune riflessioni, feci un sommario ed obiettivo bilancio della mia momentanea realtá; avevo 55 anni; ero affetto da un tumore; vivevo da solo; dovevo pagarmi tutte le cure ed i relativi medici; ero un clandestino in Brasile. Di fronte ad un bilancio del genere avvertii che la pazzia era a due passi da me; tuttavia, poiché ritenevo che non ero ancora diventato pazzo, dovevo trovare una soluzione ... ma come? Quale? Le scelte che potevo fare erano due: o tornare in Italia ed affidarmi alle gratuite ed avanzate cure del sistema sanitario italiano, o restare in Brasile ed affidarmi alle costose ed incerte cure del sistema sanitario brasiliano.
Per due giorni e due notti non feci altro che pensare a questo dilemma. Alla fine decisi. E decisi di restare in Brasile. Tra le varie riflessioni che mi spinsero a restare in sud America, ce ne furono un paio che prevalsero maggiormente; la prima era che normalmente, quando si é malati di tumore, si aspetta la morte che arriverá entro breve tempo per cui, tra il morire in Italia ed il morire in Brasile, preferivo morire in Brasile e lasciare che i familiari e gli amici mi ricordassero tutti come ero quando li avevo lasciati e che stavo in ottima salute. La seconda riflessione scaturiva direttamente dal mio carattere ossia, alcuni anni addietro avevo scelto di vivere in Brasile, chiudendo tutti i contatti con l’Italia (ad eccezione dei miei due figli).
Avevo strappato il biglietto aereo. Per coerenza questa scelta doveva essere tale in tutti sensi, sia per le cose buone che per le cose cattive per cui, trovandomi ora in una situazione di grossa difficoltá, non potevo rinnegare la mia scelta del passato e tornare in Italia ad “elemosinare” assistenza medica e sociale. Ho sempre ritenuto che quando nella vita si fanno delle libere scelte, esse devono essere sempre rispettate coerentemente, sia nel bene che nel male, altrimenti non sono piú libere scelte, ma solo circostanze di convenienza. Decisi pertanto di restare in Brasile, anche se i miei figli mi invitarono caldamente a tornare in Italia. Ora dovevo decidere in quale cittá trasferirmi per iniziare le cure del caso. Feci le mie valutazioni sulle cittá che disponevano dei centri oncologici adeguati e scelsi di trasferirmi a Salvador (Bahia). Anche per questo trasferimento decisi che sarei andato via in silenzio e senza avvertire nessuno dei miei amici e conoscenti catarinensi. Mi furono sufficienti quindici giorni per sistemare tutte le mie cose e per organizzare la partenza. Questa volta mi sarei trasferito con la mia Renault Clio che avevo comprato alcuni mesi prima a Florianopolis; per cui ritenevo che il viaggio, di circa tremila chilometri (esattamente 2.900 km), sarebbe stato un po' avventuroso, soprattutto considerando che la Clio, essendo del 1997, aveva giá sette anni di vita, quindi l’affidabilitá meccanica diventava insufficiente. Dopo aver caricato nella mia auto tutto ció che potevo trasportare (libri, abbigliamento, computer, utensilerie, ricordi) e dopo aver fatto un programma di viaggio, il venerdí pomeriggio del 4 marzo 2004 partii alla volta di Salvador.
Nel primo tratto del viaggio, dopo aver lasciato lo Stato di Santa Catarina, attraversai lo Stato del Paraná (Curitiba) e giunsi in quello di São Paolo. Arrivai nella capitale (São Paolo) dopo aver percorso circa 800 km. Era l’una di notte ed ero stanco. Decisi di pernottare in un albergo di quella enorme metropoli. Il giorno seguente ripresi il viaggio dirigendomi alla volta di Rio de Janeiro; non fu una cosa facile attraversare la grande São Paolo per imboccare la statale per Rio, ma un po’ per intuito ed un po’ chiedendo informazioni, riuscii ad immettermi in quella tortuosa autostrada, dal nome “Doutra”. Il viaggio São Paolo-Rio fu abbastanza tranquillo anche perché, l’autostrada che collega le due cittá, pur essendo trafficatissima, non presenta grandi disagi di viabilitá. Giunsi a Rio de Janeiro all’ora di pranzo, decisi che mi sarei fermato a mangiare dopo aver attraversato tutta la cittá; infatti, dopo che attraversai il famoso e bellissimo ponte di Niteroi (lungo 13 Km), decisi di fare una sosta ristoratrice per il pranzo. Ripresi il viaggio dirigendomi verso Vittoria, capitale dello Stato di Espirito Santo, e fu con grande sorpresa che scoprii che in questo piccolo Stato le strade erano quasi perfette. Arrivai a Vittoria, dopo aver percorso altri 900 km circa, la sera intorno alle 20,00 e mi sentivo molto stanco. Decisi di pernottare in un albergo fuori cittá, lungo la stessa strada (la BR 101) che mi avrebbe portato a Salvador. Dopo circa 20 km da Vittoria incontrai un buon albergo con annesso ristorante nel quale cenai e pernottai. La mattina seguente continuai il viaggio puntando dritto verso Salvador. Dopo aver percorso alcune centinaia di chilometri di ottima strada, lasciai lo Stato di Espirito Santo ed entrai nello Stato di Bahia. Il confine tra questi due stati era scritto in un precario pannello segnaletico che altro non era che una vecchia lamiera (credo che fosse un vecchio coperchio di un fornello a gas) su cui era scritto a mano che quello era il confine tra i due Stati. Comunque, se qualche distratto automobilista non avesse letto che lo Stato di Bahia iniziava da quel punto, lo avrebbe sicuramente dedotto dall’immediata differenza del fondo stradale. La diversitá della qualitá della strada tra i due stati era enorme, grandi e profonde buche erano in agguato ovunque; ogni chilometro che percorrevo mi rendevo conto della profonda differenza; non si riusciva ad andare oltre gli ottanta chilometri orari, perché le improvvise buche ed i tratti totalmente senza asfalto imponevano una guida da gimkana. Dopo qualche ora di tragitto in quella importantissima ma pessima strada interstatuale, capii che oltre a dover essere molto prudente, avrei dovuto modificare anche il mio piano di viaggio, poiché ero ormai certo che non sarei arrivato a Salvador in quello stesso giorno. Infatti, dopo alcune centinaia di chilometri e dopo che era calata la notte, decisi di pernottare in una pousada che incontrai lungo il cammino, nella cittá di Gandú. Fui fortunato a scegliere quella pousada, perché nell’annesso ristorante nel quale cenai, chiesi ad un poliziotto quanto mancasse per arrivare a Salvador e lui mi consiglió di effettuare una deviazione dopo circa cento chilometri, per dirigermi sull’isola di Itaparica, da dove avrei preso un traghetto che in 20 minuti mi avrebbe portato al porto di Salvador, facendomi risparmiare oltre centocinquanta chilometri di strada. Fu esattamente ció che feci la mattina seguente. Infatti, giunto nella cittá di Santo Antonio di Jesú, deviai per Santa Cruz e dopo aver attraversato un lungo e malandato ponte, mi ritrovai sull’isola di Itaparica. Dopo circa mezz’ora di tragitto arrivai al molo per imbarcarmi sul traghetto che mi avrebbe condotto finalmente a Salvador de Bahia.

CONTINUA =============>


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C A P I T O L O 9°










Dal traghetto che salpó dall’isola di Itaparíca, cominciai ad ammirare la splendida “Baia de Todos os Santos” e la cittá stessa di San Salvador (che tutti i brasiliani chiamano semplicemente Salvador). Considerato che nel programma di viaggio non avevo stabilito nessun luogo esatto dove fermarmi, durante la breve traversata, oltre ad osservare il meraviglioso ed incantevole panorama, cercavo anche di cogliere qualche “segnale” che mi suggerisse quale direzione prendere quando sarei sbarcato nel porto. Non decisi niente. Approdai a Salvador alle 11.00 di lunedí 8 marzo 2004.
Non conoscendo nulla di quella cittá e non avendo riservato precedentemente nessun posto letto, solo all’uscita del porto decisi di prendere la direzione Nord e per non rischiare di imbattermi nel labirinto delle grandi metropoli (Salvador ha circa due milioni e mezzo di abitanti), cercai di tenermi sempre sulla strada del lungomare. Mentre mi dirigevo verso nord, osservavo con calma la cittá; consideravo attentamente ogni dettaglio; osservavo le spiagge, le costruzioni, le piazze, le strade, il verde pubblico, le persone, ecc...ecc... Francamente, la prima impressione che ebbi non fu molto positiva, tuttavia dopo aver percorso circa venti chilometri di strada litoranea, notai da lontano un grande e maestoso faro che sporgeva a picco sul mare. Giunto nei pressi, feci una sosta ed osservai meglio il paesaggio. Mi piacque e decisi che, se non avessi incontrato ostacoli, mi sarei fermato a vivere nei pressi di quel faro. Subito appresi che mi trovavo nel quartiere di Itapuã; il faro era conosciuto con il nome di Farõl de Itapuã. Dopo aver soggiornato alcuni giorni in una pousada, riuscii ad affittare un piccolo appartamento ad Itapuã, nella Rua do Teatro, e lí fissai la mia residenza bahiana. Scoprii con piacere che, a poche centinaia di metri dalla mia attuale abitazione, esisteva una delle case del famoso cantautore poeta e scrittore brasiliano Vinicio de Morais. Un bellissimo ed originale monumento era stato dedicato a Vinicio dalla cittá di Salvador. Il monumento consiste in una piccola e graziosa piazzetta, nel centro della quale c’é, seduto su di una sedia ed appoggiato ad un tavolo, il famoso Vinicio de Morais; il tutto é stato riprodotto in bronzo. Ad un lato della piazza c’é un muro sul quale sono incastonate delle lapidi, anch’esse in bronzo, nelle quali sono incise le canzoni piú famose di Vinicio de Morais. A pochi metri dal monumento c’é la sua residenza ex-estiva (attualmente trasformata in Hotel) nella quale convisse, per alcuni anni, con una delle numerose compagne della sua vita.


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Tramonto a Itapuã (Salvador)


Passarono alcune settimane, poi alcuni mesi e cominciai a fare le prime valutazioni per decidere se restare definitivamente a Salvador. Normalmente, quando si descrive una cittá, si tenta sempre di evidenziare gli aspetti positivi di essa tralasciando tutto ció che è negativo.Se si applicasse questa regola per Salvador, ci sarebbe poco da scrivere. Paesaggisticamente Salvador é una normale grande cittá di mare, ha un grande porto commerciale, un aeroporto internazionale, un lungomare (non bello) di circa 40 chilometri e tre o quattro attrazioni turistiche degne di essere visitate (il Pelourinho, il Forte do Farol da Barra, il Dique do Tororó, Praça de Campo Grande, il monumento a Vinicio de Morais ed il Forte di Mont Serrat). Tutto il resto é sporcizia, ladrocinio, maleducazione, sudiciume, corruzione e prostituzione. É molto difficile trovare sagge qualitá nel bahiano (per essere precisi, gli abitanti della cittá di Salvador si chiamano soteropolitani, ma tutti si definiscono bahiani). Il popolo bahiano é un popolo svogliato per natura, ha pochissima voglia di lavorare e passa la maggior parte del giorno a pensare come gabbare il prossimo. É un popolo prevalentemente di razza negra e, come tale, conserva tenacemente tutte le tradizioni importate dall’Africa (riti religiosi, danze e ritmi, costumi e tradizioni popolari, la voglia di dormire). La morale del popolo bahiano é molto simile a tutto il nordest, é una morale molto liberale e quindi orientata ad uno stile di vita molto ma molto godereccia. Tutte le occasioni sono buone per festeggiare. A Salvador, oltre alle normali ricorrenze cattoliche ed al famosissimo carnevale che dura una settimana, si festeggia anche il giorno dei professori, il giorno dei commercianti, il giorno dei ferrotranvieri, il giorno degli studenti, il giorno dei contadini, il giorno degli avvocati, il giorno dei pescatori, il giorno dei farmacisti, etc... etc... Ogni categoria vivente si é eletto un santo protettore. Infatti Salvador dispone di 365 chiese. Si festeggia un santo ogni giorno, in eterno. Non c’é piú posto per i santi a Salvador. É tutto esaurito. É inutile prenotarsi.
Un altro elemento decisamente negativo di Salvador sono i servizi ed il costo della vita; i servizi, sia pubblici che privati (ristoranti, trasporti pubblici, uffici, alberghi, supermercati, agenzie, negozi) sono pessimi in tutti i sensi. Il costo della vita é alto, rispetto alle altre cittá del Brasile ed altissimo rispetto alla qualitá di vita offerto. Anche le spiagge di Salvador sono deludenti, sono strette, sporche e pericolose per i bagnanti. I servizi in esse offerti sono di una scadenza indescrivibile. La rete viaria di Salvador é una autentica manna per i meccanici, gli elettrauti ed i gommisti. Trovare una carrozzeria libera, per riparare qualche ammaccatura della propria auto, é una impresa difficilissima, e non perché siano poche le autocarrozzerie, ma perché il modo di guidare del bahiano e la pessima rete viaria producono una quantitá impressionante di incidenti automobilistici, che impegnano totalmente tutte le autocarrozzerie. Si consideri infine che le scarse disponibilitá economiche dei bahiani non favoriscono assolutamente la normale manutenzione delle macchine, per cui si vedono circolare molto spesso macchine vecchie o vecchissime (di 15 o 20 anni di vita) con dei pneumatici tanto usurati che si vede la tela metallica delle gomme.
Tra le principali cittá costiere del nordest che ho visitato (Salvador, Fortaleza, Rio de Janeiro, Maceió, Natal) posso affermare, anche se é doloroso doverlo dire, che Salvador é la meno interessante e la piú inospitale. Sicuramente la piú deludente. Purtroppo la mia permanenza a Salvador non era dovuta a motivi turistici (me ne sarei andato via molto rapidamente), ma a problemi di salute. Infatti, dopo essermi sistemato nella mia nuova residenza, iniziai la ricerca dei medici e degli ospedali che potessero risolvere il mio problema. Scoprii, con l’occasione, che a Salvador esiste un buon ospedale diretto da personale italiano. É l’ospedale São Rafael, di diretta derivazione dell’ospedale San Raffaele di Milano e di Roma. Infatti, oltre allo stesso nome, usa anche gli stessi stemmi di identificazione. Quell'ospedale era esattamente quello che mi era stato consigliato dai miei medici. Eseguii il consiglio alla lettera, anche se il costo per la radioterapia conformazionale mi sembró eccessivo (pagai 12.000 Reais corrispondenti, in quel periodo, a 8.000.000 di vecchie lire italiane o, se si preferisce, a 4.000 Euro). Pochissimi brasiliani si sarebbero potuti permettere di pagare una cifra del genere!! Probabilmente questo é uno dei motivi della bassa media dell’aspettativa di vita in Brasile. Dopo aver terminato il ciclo di trattamento prescrittomi, che si protrasse per circa due mesi (trentasette sedute; una al giorno; dal lunedí al venerdí) mi sottoposi alle nuove analisi di verifica. I risultati dettero esito soddisfacente. Il trattamento di radioterapie conformazionali aveva avuto successo. Tuttavia avrei dovuto continuare a sottopormi ad ulteriori visite mediche ma, a seguito delle mie precedenti consulte mediche, dedussi che in Brasile i medici per guadagnare piú soldi possibili (sottolineo ancora una volta che in Brasile deve pagare tutto il paziente), prescrivono sempre di sottoporsi a nuovi controlli presso di loro. In definitiva, per curare il mio cancro, usai un po’ il metodo del “fai da te” ossia; mi sentivo bene, stavo perfettamente in forma, tutto funzionava perfettamente, per cui mi considerai guarito e non ci pensai piú. Praticamente potevo ricominciare a “vivere”. Fu ció che ricominciai a fare da subito.

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Uelma - bellezza bahiana



Pur avendo avuto una impressione negativa di Salvador, devo comunque evidenziare che non tutto é da biasimare in quella cittá. Infatti a Salvador, come in tutte le cittá del Nordest, é molto difficile annoiarsi. Le lunghe e deserte spiagge, riscaldate dal sole durante tutto l’anno, invitano a godersi la vita ogni giorno. La grande quantitá di bellissime ragazze mulatte e morene, quasi sempre molto disponibili al colloquio, nonché a bere una birra ghiacciata insieme sulla spiaggia o seduti in uno degli innumerevoli “barzinhos”, sono un ulteriore elemento che obbliga qualsiasi europeo “a curtir a vida” (a vivere la vita). Se poi si considera che i bahiani hanno nelle vene il ritmo della danza, é facile immaginare con quanta naturalezza si creano spontanei gruppetti di ragazzi e ragazze che, al primo suono di samba, di forró, di arrocha (é una danza molto in voga in Bahia in questo periodo) o di lambada, iniziano a ballare abbandonandosi ai sensuali e coinvolgenti ritmi delle musiche brasiliane. I bahiani ballano in tutti i luoghi: nelle strade, nelle piazze, nelle discoteche, dentro i pullman, nelle spiagge, nei ristoranti, negli stadi, in macchina. Le mulatte, in modo particolare, appena ascoltano un ritmo di arrocha o di samba, da qualunque parte provenga la musica ed in qualunque posto esse si trovano, iniziano a ballare da sole ancheggiando e contorcendosi in modo gradevole e sensuale. É veramente rilassante e coinvolgente osservare le bahiane danzare al ritmo dell’arrocha o della samba. É impossibile annoiarsi a Salvador!!!
Durante la mia permanenza in Bahia, constatai che a Salvador risiedevano moltissimi italiani. Alcuni avevano emigrato in Brasile circa 20-30 anni prima, altri erano emigranti “dell’ultima ora”. Moltissimi erano anche i turisti pendolari che da anni frequentavano Salvador. Nel quartiere dove abitavo (Itapuã) c’era un’alta concentrazione di italiani, da alcuni dei quali ho ascoltato le loro storie, le loro impressioni ed i loro bilanci. Dai racconti emergeva che la maggior parte degli italiani residenti in Bahia svolgevano attivitá commerciali dalle quali traevano, con grosse difficoltá, il reddito per il normale sostentamento di vita. Di questi emigranti, pochi avevano avuto successo e pochissimi erano “arrivati a dama” (si erano fatti una posizione solida). Tra gli emigranti dell’ultima ora (trasferitisi da 4-5 anni in Brasile) c’erano vari ex professionisti (avvocati, commercialisti, consulenti vari, ingegneri, ex commercianti, etc... etc...) i quali, stanchi o stressati dalle eccessive moli di lavoro o piú spesso, disgustati dalle difficili ed inspiegabili vicende socio-politiche che stavano modificando profondamente l’Italia (gli alti costi del vivere quotidiano, l’incomprensibile caos politico, la farraginosità della Pubblica Amministrazione, l’esagerata tassazione dei redditi), avevano deciso di abbandonare tutto e trasferirsi in Brasile. Purtroppo, tra questi “ultimi arrivati”, c’erano anche alcuni personaggi che non erano propriamente emigranti e nemmeno turisti pendolari, ma erano semplicemente gente che se fosse tornata in Italia, sarebbe stata immediatamente alloggiata, per circa un ventennio, a Regina Coeli o all’Ucciardone o a San Vittore. Erano tutti personaggi (per fortuna erano in pochi) che avevano al loro attivo giá “molte ore di volo” (avevano giá avuto varie condanne penali o scontato alcuni anni di carcere) ed avevano ancora gravi pendenze con la giustizia italiana. Questi “signori”, scappati dall’Italia, stavano a Salvador da latitanti e passavano il tempo raccontando le loro “nobili gesta” italiane.
In tutte le altre cittá brasiliane in cui avevo risieduto, ero sempre riuscito ad inserirmi molto facilmente. A Salvador, al contrario, percepii che c'era un ambiente ostile; era tutto pericoloso (uscire la sera, camminare per le strade, le amicizie, stare in spiaggia). Insomma, il clima sociale di Salvador non era molto attraente per cui, dopo varie riflessioni, decisi che avrei abbandonato lo Stato di Bahia al piú presto. Non sapevo ancora dove mi sarei trasferito, ma sicuramente in una cittá di mare piú piccola e che fosse sempre nel nordest. Forse sarei andato a Maceió (capitale dello Stato di Alagoas) o forse a João Pessoa (capitale dello Stato di Paraíba). Dopo aver fatto attente ricerche e dopo aver acquisito notizie dirette da persone che giá conoscevano quelle due cittá, decisi di trasferirmi a Joao Pessoa che distava circa mille chilometri da Salvador. Anche questo trasferimento lo feci con una autovettura Fiat Palio, noleggiata per l'occasione.


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Porto di Salvador (Bahia)


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trieste_mario

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MessaggioInviato: 04 Giu 2011 21:51:19    Oggetto:  
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Bello! Aspetto di leggere il resto.
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doctor

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MessaggioInviato: 05 Giu 2011 00:45:35    Oggetto:  
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ho avuto la fortuna di leggerlo tempo fà sul Blog, sempre bello Albatros!

ciao
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trieste_mario ha scritto:
Bello! Aspetto di leggere il resto.

Grazie Mario. Stai tranquillo, arriveranno altri capitoli (subito dopo la pubblicitá Very Happy Laughing Very Happy come dicono in televisione i vari Santoro, Florio, Vespa ed altri papponi vari Confused Confused Very Happy Wink )

A proposito, se la cittá inclusa nel tuo nik corrisponde alla tua cittá di residenza, ti comunico che qui a Salvador c'é un mio carissimo amico (Andrea) che é triestino pure lui.
Ciao
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doctor ha scritto:
ho avuto la fortuna di leggerlo tempo fà sul Blog, sempre bello Albatros!

ciao


Grazie Doctor. Mi fa molto piacere sapere che anche tu abbia apprezzato il mio racconto. Cosí come mi feceva molto piacere quando ricevevo le moltissime mail di lettori che quasi all'unisono mi dicevano "l'ho letto tutto d'un fiato". Alcuni mi scrissero che lo avevano riletto addirittura due-tre volte.
Piccole soddisfazioni personali, scaturite da sinceri complimenti anonimi. Razz Very Happy
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Carlito.CanoaQueBrasil

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MessaggioInviato: 06 Giu 2011 01:57:44    Oggetto:  
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Grazie anche al tuo Racconto ho deciso di trasferirmi in -brasile. Non posso che riconfermare i complimenti fatti allora e Ringraziarti.
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MessaggioInviato: 10 Giu 2011 01:28:21    Oggetto:  
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Capitolo 10º




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Salvador - Il Pelourinho







Lasciai Salvador all’alba del 18 novembre 2006. Per quel trasferimento decisi di noleggiare una macchina, poiché la mia Clio l’avevo venduta alcuni mesi prima (c'era l’ospedale da pagare). La distanza tra Salvador e Joao Pessoa è di circa 1.000 km. Considerato che la strada che avrei dovuto percorrere altro non era che una parte della famosa BR 101 (la piú lunga ed importante strada statale che da Florianopolis arriva fino a Fortaleza, circa 5.000 km), avevo previsto che entro10 ore sarei arrivato a destinazione. Ma non fu cosí. L’unico tratto di strada che somigliava ad una normale superstrada italiana era la famosaa “Linea Verde”, che va da Salvador a Praia do Forte ed é lunga circa 90 km. Questo tratto di strada, che é parallela al lungomare e che dista da esso circa 2-3 km, é costantemente sorvegliata dalle autoritá urbanistiche brasiliane. Ció é dovuto al fatto che l’UNESCO ha definito questo tratto di costa baiana “patrimonio paesaggistico ambientale” ed é sottoposto a rigide norme urbanistiche che vietano costruzioni civili superiori a due piani di altezza. In pratica, le costruzioni non possono superare l’altezza delle numerosissime piante di cocco esistenti in quella regione. Infatti la maggior parte dei baiani, anziché chiamare quella strada Linea Verde, la chiamano “Strada do Coco”. Bisogna comunque riconoscere che le sopracitate norme urbanistiche sono state finora rigorosamente rispettate, anche se i grandi costruttori immobiliari hanno creato enormi residence (quí chiamati condomini), costituiti da lussuose ville con spiagge private ed annessi servizi condominiali. Praia do Forte, che fino agli anni 90 era un semplice e sperduto villaggio di pescatori, ha acquisito una discreta notorietá per le numerose tartarughe marine che depositano le uova in quel tratto di spiaggia. Il continuo afflusso di biologi, turisti e curiosi, ha stimolato l’industria alberghiera che in pochi anni ha trasformato Praia do Forte e Costa de Sauipe (altro villaggio poco piú a nord), da villaggi di pescatori in lussuose localitá turistiche. Dopo aver lasciato la Strada do Coco entrai nella strada statale BR 101 che, come giá detto in precedenza, proviene dal lontano sud del Brasile. Percorsi circa 200 km ed attraversai il confine tra lo Stato di Bahia e lo Stato di Sergipe, la cui capitale é Aracajú. Ormai avevo lasciato definitivamente lo Stato di Bahia e Salvador, ma non i ricordi e le storie vissute in quella cittá. Infatti, dopo aver letto la segnaletica che stavo lasciando la Bahia, mi tornarono immediatamente in mente tutte le vicende e le storie che avevo vissuto a Salvador (ci vorrebbe un altro lungo racconto). Mentre guidavo ed andavo avanti, la mia memoria andava indietro alla ricerca dei miei ricordi. I due anni vissuti a Salvador, furono due anni pieni di esperienze, di emozioni, di speranze e di programmi per il futuro. Due anni veramente intensi e difficili da dimenticare. Ero ormai a pochi chilometri da Aracajú; i molti pozzi petroliferi che avevo notato lungo il cammino, mi riportarono alla mente che una delle principali risorse del Sergipe é il petrolio. Numerosissime pompe sparse nei campi spingevano ininterrottamente il preziosissimo greggio, verso le raffinerie centrali distanti decine di chilometri e poste vicino al mare. Da quí, il petrolio, dopo i dovuti trattamenti veniva poi pompato all’interno di enormi petroliere ormeggiate nel porto di Aracajú. Numerose erano anche le grandi “fazendas” che producevano cocco, dal quale si ricava l’ottima acqua di cocco, il latte di cocco, la noce di cocco, farina di cocco ed altri squisiti prodotti alimentari. L’acqua di cocco, oltre ad essere un ottimo dissetante, svolge anche la funzione di pulizia dei reni. Si narra che all’interno del Brasile, quando i medici restano senza la soluzione liquida per fare le flebo ai pazienti, usano l’acqua di cocco. Altre fazendas producevano maracujá (frutto della passione); un piacevole e gustoso frutto ricchissimo di vitamine e sostanze nutritive, molto consigliato per coloro che hanno la pressione alta, ma sconsigliatissimo per chi ce l’ha bassa. Anche il cajú (un frutto giallo, vagamente somigliante alle albicocche per la forma, ma con gusto profondamente differente, molto ricco di vitamina C) é abbondantemente prodotto da quelle parti. Il seme (o osso) del cajú é anch’esso oggetto di commercio. In Brasile si chiama “castanha de cajú”; viene fatto abbrustolire e mangiato. É anche un ottimo regolatore del colesterolo e si usa anche per fare il pesto alla genovese. É il caso di ricordare che in tutto il nordest brasiliano vi sono molte industrie alimentari multinazionali che producono e confezionano in loco i loro prodotti, per poi esportarli in tutto il mondo (Nestlé, Parmalat, Ferrero, Kraft, Knorr, etc... etc...).
Dopo aver attraversato Aracajú e tutto lo Stato del Sergipe, arrivai al confine con lo Stato di Alagoas. Questo confine é tracciato dal famoso Rio São Francisco che, dopo il Rio delle Amazzoni, é il fiume piú lungo ed importante del Brasile. Tutti lo chiamano Rio Xico (fiume Scico). Questo fiume, che nasce ai confine tra la Bolivia ed il Brasile, attraversa vari stati brasiliani dando un po’ di sollievo economico a tutte le localitá da esso bagnate. Molte leggende si raccontano intorno al Rio Xico; molte tradizioni dell’interno brasiliano sono nate da questo fiume; molti romanzi sono stati ispirati dal Rio Xico. Nell’attraversare il lunghissimo ponte ebbi modo di osservare ed ammirare questo enorme fiume; larghissimo, lento e silenzioso. Raggiunta l’altra sponda, feci volutamente una piccola sosta. Mi sentii quasi in dovere di rendere omaggio a questa grandezza della natura. Non c’era traffico a quell’ora. C’eravamo solo io e Lui, il grande Rio Xico. Mentre lo vedevo scorrere lentamente mi sembrava di osservare un amico che andava via. Ripresi il mio viaggio proseguendo verso Maceió (si pronuncia Maseió), capitale dello Stato di Alagoas. Di Maceió conservavo un bel ricordo; circa quattro anni prima vi avevo trascorso un mese di vacanza; ero quasi emozionato nel tornarvi di nuovo. Anche in Alagoas vi sono enormi fazendas che coltivano e producono gli stessi frutti del Sergipe, ma la coltivazione e la lavorazione della canna da zucchero sono le industrie dominanti di quello Stato. Quando si percorrono le strade alagoane, si costeggiano prevalentemente chilometri e chilometri di piantagioni di canna da zucchero. Mancavano circa cinquanta chilometri ad arrivare a Maceió, quando da lontano, in una infinita distesa di verde, notai un’enorme colonna di fumo. Man mano che procedevo, oltre al fumo, distinguevo anche le fiamme. Dopo aver percorso meno di dieci chilometri, percepii che quell’incendio si stava sviluppando lungo la strada statale che io stavo percorrendo; dovevo inevitabilmente passarci vicino. Infatti, pochi chilometri piú avanti, stavo costeggiando il luogo dell’incendio. Rallentai molto e notai che un tizio stava osservando le fiamme senza alcuna preoccupazione. Dagli indumenti che indossava esclusi che fosse un vigile del fuoco. Incuriosito, mi fermai. Scambiai qualche amichevole parola con quella persona la quale, dopo poche mie parole, mi chiese subito di quale nazione ero originario. Gli dissi di essere italiano. Dopo qualche minuto di silenzio gli chiesi se sapesse come era nato quell’incendio e da quanto tempo era in atto. L’uomo mi guardó e con amichevole risata di stupore mi disse che quello non era un incendio casuale o doloso, ma un incendio programmato e lui era un lavoratore che stava lí sorvegliando l’evolversi delle fiamme. Francamente, dopo aver guardato bene quel tizio (negro, di circa trent’anni, con indumenti rattoppati e sgualciti), volevo far finta di aver capito tutto, salutare ed andare via. Ma poi quella parola “programmato” mi trattenne. Gli dissi che non avevo capito bene cosa stesse succedendo. Lui, dopo aver ricordato che io ero nuovo di quella zona, con sorprendente gentilezza mi spiegó che quell’incendio era la prima fase di tutto il procedimento della raccolta della canna da zucchero. La canna da zucchero, quando arriva a maturazione, prima di essere raccolta deve essere ripulita dalle larghe e secche foglie. Per eliminare queste foglie dal tronco, si appicca letteralmente il fuoco lungo il lato favorevole al vento. Le fiamme, spinte velocemente dal vento, bruciano rapidamente le foglie ormai secchissime. Durante i pochi secondi in cui bruciano le foglie, il tronco della canna si autoprotegge generando un sorta di liquido acquoso prodotto dal tronco stesso. Bruciata la foglia, il liquido si solidifica intorno al tronco, che resta libero da tutte le foglie e le paglie. L’incendio prosegue nel suo cammino e, ad operazione terminata, si spegne quasi da solo. Pochi minuti dopo partono varie squadre di operai protetti con scafandri e spessi guanti di cuoio per proteggersi il volto e le mani, nonché “armati” di pesanti ed affilatissimi maceti con i quali cominciano a tagliare alla base i tronchi della canna da zucchero. Dopo aver ascoltato questa elementare e naturale procedura del raccolto della canna, capii anche perché queste piantagioni sono sempre abbastanza distanti dalle strade e sono sempre delimitate da ampi fossati. La distanza é per evitare eventuali danni ai mezzi che percorrono le strade adiacenti; l’ampio fossato occorre per evitare che l’incendio si propaghi ad altre piantagioni vicine. Il tizio che mi spiegó il tutto, stava semplicemente vigilando che nel lato della piantagione di sua competenza, tutto andasse per il verso giusto. Prima di andare via volli ogliermi una ulteriore curiositá, per cui gli chiesi se quel procedimento di raccolta della canna da zucchero fosse praticato da tutti i produttori o solo dalla sua azienda. Con molta calma e gentilezza, mi spiegó che la bruciatura della canna si stava praticando da circa dieci anni da tutti i produttori. Essa si era resa necessaria a causa delle continue morti di contadini che, nel tagliare le canne alla base, venivano morsi dalle serpi velenose nascoste tra le canne stesse. Tutti i tentativi praticati precedentemente per allontanare i rettili velenosi, si erano resi inefficaci. Solo con la bruciatura della piantagione era stato risolto definitivamente il problema, poiché con il fuoco le serpi fuggivano. Mi congratulai con lui e dopo averlo ringraziato con una buona mancia (mi aveva chiesto se gli offrivo una sigaretta, ma io non fumo da trent’anni), proseguii il mio viaggio in direzione di Maceió.
Arrivai a Maceió che erano circa le 14,00. Avevo percorso poco piú di 600 chilometri. Secondo i miei piani dovevo arrivare a Joao Pessoa intorno alle 16,00. Mi resi conto che la mia tabella di marcia che avevo programmato non era piú valida. Dovevo macinare ancora circa 400 chilometri. Non mi preoccupai piú di tanto anzi, considerata l’ora e visto che stavo costeggiando la famosa Praia dos Frances, che precede di circa 10 chilometri il centro di Maceió, decisi di fare una sosta proprio in quel villaggio. Riammirare quella bella spiaggia, larga, selvaggia e quasi disabitata; rivedere gli stessi scogli intorno ai quali vi erano bellissime piscine naturali popolate da innumerevoli pesci multicolori, e camminare di nuovo da solo sulla stessa battigia, mi fecero assaporare ancora una volta l’inebriante ed inconfondibile profumo della libertá. Volevo servirmi dello stesso ristorante in cui avevo pranzato quattro anni prima, ma purtoppo aveva cessato l’attivitá. Chiesi ulteriori informazioni e mi confermarono che, a causa della crisi di turisti che si stava abbattendo in quello Stato, stavano chiudendo vari ristoranti, tra cui quello che cercavo io. Scelsi un altro locale che, come tutti gli altri, era molto modesto, spartano e sul mare. Una gentile e timida cameriera mi propose il piatto del giorno consistente in aragoste pescate da poco, con insalata verde, patate fritte e riso con farofa. Accettai la proposta senza esitare un attimo. Fu un pranzo veramente squisito e rilassante. Dopo aver terminato e pagato il conto, che corrispendeva a circa 15 Euro, decisi di sorseggiare ancora una caipirinha rilassandomi sull’ampia terrazza di legno dalla quale, sullo sfondo, si ammirava un bellissimo panorama di Maceió illuminato dal sole che cominciava a tramontare alle mie spalle. Erano giá passate le 16,00. Decisi di riprendere il viaggio. Senza piú fermarmi, entrai in Maceió e costeggiai il bellissimo lungomare di Punta Verde; superai il porto e ritornai di nuovo sulla BR 101. Raggiunsi Recife (capitale dello Stato di Pernanbuco) intorno alle 20,00. Ebbi una pessima impressione di quella cittá. Non c’era un solo segnale stradale che mi indicasse quale era la direzione per Joao Pessoa. La strada statale era quasi senza asfalto. L’illuminazione pubblica di quel tratto era quasi inesistente. Dopo aver percorso “a occhio” una decina di chilometri, decisi di fermarmi presso un grande distributore di benzina che notai piú avanti. Un paio di camionisti mi spiegarono l’esatto cammino, ma mi suggerirono anche di non proseguire a quell’ora della notte. Pensavo che stessero scherzando come spesso fanno alcuni camionisti, invece mi informarono che c’era poco da scherzare perché, da circa un anno, alcune bande di malviventi assaltavano automobilisti, camionisti e pullman che transitavano di notte lungo la BR 101, ed il tratto particolarmente preso di mira era proprio Maceió- Recife-Joao Pessoa-Natal. Francamente, rimasi un po’ interdetto. Non sapevo cosa fare. Dovevo percorrere ancora circa 150 chilometri ed erano solo le 20,30. Dopo aver riflettuto un po’ feci rifornimento di benzina e decisi di proseguire. Percorsi circa 20 chilometri senza incontare una una sola macchina; cominciai a preoccuparmi non poco. Dedussi che le notizie che mi avevano date quei camionisti, erano purtroppo vere. Ma ormai dovevo andare avanti. Percorsi un’altra decina di chilometri e vidi che davanti c’era un autotreno. Raggiuntolo, notai che avanti a lui ce n’era un altro. Decisi che alla prima occasione lo avrei sorpassato e mi sarei incolonnato tra i due senza sorpassare l’altro. Lo feci quasi subito e tirando un sospiro di sollievo, mi sincronizzai sulla loro stessa velocitá, senza fretta, ma con minor probabilitá di subire un assalto isolato. Alle 22,00 circa, sempre incolonnato tra i due autotreni, attraversai la storica e famosa cittá di Olinda. Alcuni chilometri piú avanti, una freccia indicava il porto per prendere il traghetto che conduce alla famosissima e stupenda isola di Fernando de Noronha (in realtá é un piccolo arcipelago di isole). Fernando de Noronha é cosiderata da tutti i brasiliani un po’ come la nostra Capri in Italia. Ha sicuramente gli stessi costi di soggiorno, ma ha un fascino diverso; vi sono bellissime spiagge ed é frequentatissima dagli appassionati di sport subacquei, provenienti da tutto il mondo. Per meglio salvaguardare quel meraviglioso e raro paesaggio marino, le autoritá ambientali brasiliane hanno regolamentato il numero di visitatori giornalieri, lasciando entrare solo poche centinaia di persone al giorno.
Arrivai a Joao Pessoa alle 23,30 del 18 novembre 2006. Abbandonai al loro prosieguo i due autotreni (miei “compagni di viaggio”) e presi la direzione del lungomare. Dopo circa mezz’ora riuscii finalmente a trovare una pousada (pensione familiare di cui in Brasile si fa larghissimo uso). A mezzanotte e mezza ero sotto una ritemprante e desideratissima doccia calda. Disteso sul letto sprofondai in un sonno profondo, mentre rivisitavo rapidamente l’intenso giorno appena passato.

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Juvená - Intellettualoide bahiano



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Capitolo 11°



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João Pessoa - Paraíba



Joao Pessoa, che é la capitale dello Stato di Paraíba, é una cittá un po’ strana. Pur essendo definita dai brasiliani una piccola cittá, é abitata da circa settecentomila persone che vivono prevalentemente di agricoltura, commercio, pesca e turismo. Quando scelsi di trasferirmi in quella cittá, fui attratto dal fatto che essa era considerata, dalle guide turistiche, la seconda cittá piú verde al mondo. Poter vivere in una tranquilla cittá di mare, con molto verde, con un clima tropicale e con un basso costo di vita, mi sembrava quasi un sogno. Invece, giá dai primi giorni della mia residenza in quella capitale, cominciai a percepire che non tutti i dati che avevo acquisito corrispondevano al vero. Per esempio, il tanto decantato verde, era ormai molto ma molto meno di quanto si potesse pensare. Probabilmente, quel titolo di “seconda cittá piú verde del mondo”, le fu attribuito molti anni prima, quando la cittá era ancora piccola e gli abitanti erano molti di meno. Si consideri che João Pessoa é stata fondata nel 1930. Si consideri anche che nell’ultimo decennio la costruzione civile ha avuto uno sviluppo esponenziale. Inoltre, in dieci anni il numero degli abitanti é piú che triplicato. I nuovi arrivati sono prevalentemente pensionati militari e burocrati che prestavano servizio a Brasilia (capitale del Brasile) o a São Paolo. Non a caso questa cittá viene anche scherzosamente chiamata, da una parte dei suoi abitanti, “cittá dei pensionati”. Il veloce ritmo delle costruzioni civili ed una mancanza di severe leggi urbanistiche, hanno contribuito notevolmente a ridurre il famoso verde di cui Joao Pessoa poteva andare orgogliosa. Attualmente, l’unico verde che c’é, consiste in due parchi pubblici di una cinquantina di ettari ciascuno; ma non sono niente di eccezionale. Uno degli aspetti piacevoli di João Pessoa é la sua planimetria, con un lungomare di circa 20 chilometri, che va da Capo Branco fino a Cabedelo ed é totalmente pianeggiante. Infatti, dopo aver preso confidenza con la cittá e dopo aver visitato quel poco che c’era da visitare, mi convinsi che una bicicletta mi avrebbe permesso di spostarmi nella cittá come meglio non avrei potuto. Fu cosí che, dopo circa un paio di mesi dal mio arrivo, mi “motorizzai” con una simpatica bicicletta nuova, di colore verde (dando cosí anch’io un modesto contributo al verde della cittá). Il clima, che é uno dei fiori all’occhiello di Joao Pessoa, mi invitava a fare lunghe pedalate. Spesso mi inoltravo fino alla punta estrema di Cabedelo, in cui vi é un bellisimo forte (Forte di Santa Catarina) prospiciente il mare e molto ben conservato. Nel corso dei secoli é stato un ottimo riparo degli eserciti olandesi, francesi, spagnoli e portoghesi. Il clima paraibano é estivo tutto l’anno; solo i mesi di luglio ed agosto sono caratterizzati da frequentissimi e copiosi acquazzoni, che non lasciano mai passare un giorno senza piovere almeno due o tre volte. La temperatura é sempre mitigata da una gradevolissima brezza che non ti fa sentire mai il caldo afoso dei tropici. Infine ci sono le spiagge. Come in quasi tutte le cittá del nordest brasiliano, anche a Joao Pessoa le spiagge cittadine sono poco attraenti. Le spiagge di Capo Branco, Manaíra, Tambaú e Bessa formano un’unica spiaggia che costeggia tutta la cittá. Proseguendo verso nord, si arriva fino alle spiagge di Cabedelo. Le piú belle ed attraenti sono lungo il litorale sud. Anche nel litorale nord vi sono belle spiagge, dove si puó camminare per circa mezz’ora sulla battigia senza incontrare nemmeno una persona, ma quasi tutti preferiscono quelle del lato sud. Dopo aver soggiornato per circa un mese nella stessa “pousada” in cui mi sistemai la notte del mio arrivo, mi trasferii nell’appartamento che nel frattempo avevo affittato. Stabilii la mia residenza in un grande appartamento (tre stanze, grande salone, due bagni e cucina), situato al penultimo piano di un palazzo di cinque piani. L’ampia veranda del salone, rivolta verso la spiaggia di Bessa, mi permetteva di osservare, oltre al mare, il traffico delle navi che da lontano si dirigevano verso il porto di Capedelo. Godevo veramente di un bellissimo panorama. Per quell’appartamento pagavo un affitto mensile equivalente a circa 200 Euro al mese, incluse le spese condominiali (ascensore, portieri 24 ore, luci, pulizia condominiale ed il consumo dell’acqua). Da quanto sopra, notai subito che il costo della vita in quella cittá era decisamente inferiore a quella di Salvador. Anche se per mia natura ho sempre preferito uscire pochissimo la sera, a Joao Pessoa non ci sono grosse possibilitá di divertimenti notturni. Tre o quattro locali, tipo nigtclub-balere, sono frequentati da sparuti turisti brasiliani e da rarissimi avventori stranieri, in cerca di facili avventure. Una ventina di ristoranti degni di attenzione si spartiscono quella fetta di societá benestante che, piú che preoccuparsi della qualitá dei menú e della genuinitá dei cibi, si preoccupa esclusivamente di esibire, in modo ridicolo e goffo, il proprio status sociale. Quattro o cinque modesti centri commerciali sono i ritrovi maggiormente frequentati da tutta la popolazione paraibana. In alcuni periodi dell’anno, passeggiando sulla spiaggia che da Bessa va fino a Cabedelo, si incontravano varie buche ricoperte qualche ora prima dalle tartarughe marine che popolano quella parte di oceano. Esse arrivavano la notte, depositavano le uova e ricoprivano le buche, da esse stesse scavate.
Nella stessa mattinata passavano sulla spiaggia giovani ricercatori biologi che, ben conoscendo le abitudini delle tartarughe, recintavano quelle covate con una piccola rete. Un cartello sovrapposto, portante la data della probabile schiusa delle uova, invitava anche i bagnanti a non calpestare quella piccola parte di spiaggia. Ho avuto il piacere di assistere varie volte alla schiusa delle uova e quindi alla nascita delle decine e decine di tartarughine. Infatti, nella data giá prestabilita, tornavano gli stessi biologi che avevano censito quelle covate e con sorprendente perizia, rimuovevano la sabbia da cui, come per magia, cominciavano ad uscire tante tartarughine. Anche quelle che stavano cominciando la schiusa, venivano aiutate dai biologi a venire alla luce e tutte in gruppo, venivano poi schierate alcuni metri distanti dalla battigia del mare, verso il quale si dirigevano da sole. Iniziava cosí la meravigliosa e lunghissima vita delle tartarughe marine. Era un vero spettacolo. Ad alcune domande che feci ad un giovane biologo olandese (che era un ricercatore borsista dell’universitá di Joao Pessoa) mi fu risposto che le tartarughine non devono esser portate direttamente in mare, ma bisogna lasciare che esse stesse si dirigano verso l’oceano perché, quei pochi metri di sabbia che esse percorrono, saranno esattamente gli stessi che esse ripercorreranno quando, dopo alcuni anni giá adulte, torneranno a riva per deporre le loro uova. Rimasi stupito nell’ascoltare questo misterioso e meraviglioso comportamento delle tartarughe. Per un attimo pensai che gli affascinanti misteri della natura resteranno sempre tali e sempre inspiegabili. Altro aspetto decisamente positivo che ho rilevato a Joao Pessoa é stato il bassissimo indice di criminalitá. Durante i circa 12 mesi di mia permanenza in quella cittá, ho saputo solo di 4 omicidi e di una decina tra rapine e furti vari. Decisamente nella norma, per una cittá brasiliana di circa settecentomila abitanti. Personalmente, non ho mai avuto nessun problema di questo tipo. Devo anche dire che, sotto questo aspetto, si respirava un’aria abbastanza pulita; si sentiva parlare molto poco di corruzione e notavo che la polizia militare era decisamente professionale e gentile con i cittadini.
Come si puó facilmente immaginare, in una cittá ci sono cose positive e purtroppo cose negative. L’aspetto negativo che mi colpí piú velocemente in quella cittá, fu la scarsa educazione che esiste in quella popolazione. La discrezionalitá, la riservatezza e la privacy in generale, da quelle parti non si sa cosa siano. Quando incontrano uno straniero, di esso vogliono sapere tutto; se lo straniero cerca educadamente di glissare le risposte, viene addirittura tacciato di essere maleducato ed arrogante. Cercai di capire meglio questo “fenomeno sociale” ed ebbi la conferma delle mie inequivocabili impressioni, quando un giorno incontrai un italiano (a Joâo Pessoa, in otto mesi, ne incontrai solo sette), che da circa dodici anni viveva in quella cittá svolgendo la professione di professore universitario. Era un uomo di poco piú di quarant’anni, romano e laureato in lettere e filosofia. Anni prima, lasció l’Italia perché aveva vinto una borsa di studio come ricercatore per l’universitá federale di Joao Pessoa. Dopo varie vicende, si ritrovó ad essere professore di ruolo di quell’universitá, insegnando storia ed archeologia. Ci siamo incontrati poche volte, poiché era sempre molto impegnato, sia con l’università che con le numerose fidanzate e la ex moglie. Era comunque un brav’uomo, ingenuo e lavoratore. Anche lui mi confermó che l’educazione di quel popolo é molto diversa da quella europea. Mi confessó che anche lui, pur vivendo in quella cittá da dodici anni, non era ancora riuscito ad abituarsi a quel genere di comportamenti. Avere vicino un coinquilino o un dirimpettaio che ascolta la radio a tutto volume per tutto il giorno, anche alle due o le tre di notte, disturbando non solo il palazzo del condominio, ma anche mezzo quartiere, per i paraibani é una cosa normale.Veder circolare lentamente camioncini carichi con numerose casse acustiche, che fanno la pubblicitá, sparando musica a tutto volume ed a tutte le ore del giorno e della notte, per i paraibani é una cosa normale. Mangiare e bere per strada e buttare carta e bottiglie vuote per terra, per i paraibani é una cosa normale. Tuttavia loro dicono che non sono essi i maleducati, ma noi europei che siamo ecessivamente formali e fiscali. A volte, sorridendo, mi chiedevo autoironicamente da quale parte stesse la veritá. Mi chiedevo anche, ma non autoironicamente, se veramente le grandi e danarose O.N.G. e O.N.L.U.S italiane che abbondano in Brasile, facevano veramente qualcosa per migliorare l’educazione di quelle popolazioni. La stessa cosa l’avrebbero dovuta fare anche i numerosissimi “missionari” italiani che da decenni o addirittura da secoli, erano stanziali proprio in quelle aree che avevano fortemente bisogno di educazione civica e culturale. Ma, visti i risultati ..........
Turisticamente, Joao Pessoa non offre molto. Nella parte sud piú estrema della cittá c’é un vecchio faro (con una forma abbastanza strana); é il Farol di Cabo Branco, ma chiamato anche Ponta do Seixas. I due nomi derivano dal fatto che in basso al faro c’é la Praia de Cabo Branco e che quel faro é anche posizionato in una protuberanza collinosa, che é la parte di terra brasiliana piú addentrata nell’Oceano Atlantico e quindi piú vicina al continente africano. Nel centro della cittá c’é un laghetto che loro chiamano Lagoa ed ha una forma vagamente ottagonale. Nella parte destra del lago vi sono una serie di fermate di autobus urbani, in cui fermano quasi tutti i mezzi pubblici di quella cittá. Poi c’é la Praia di Jacaré che significa Spiaggia dei Coccodrilli. In realtá questa non é una spiaggia per fare bagni o per prendere il sole; primo, perché vi sono veramente i coccodrilli e poi perché, essendo la riva destra del largo fiume Paraíba che sfocia a Cabedelo, non ha spiaggia. Tuttavia quella localitá ha acquisito una discreta fama turistica in tutto il Brasile, per i suoi bellissimi tramonti e per il Bolero di Ravel. Quasi tutti i pomeriggi e nel corso di tutto l’anno, centinaia di turisti si raccolgono nei pochi bar di Praia de Jacaré per osservare il sole che si eclissa dietro la folta e lontana foresta dell’altra riva e per ascoltare il Bolero di Ravel, eseguito da un sassofonista indio che, stando in piedi sú di una rudimentale barca, si lascia trasportare molto lentamente dalle calme e dorate acque del Rio Paraíba, mentre suona il Bolero di Ravel.
I riflessi del sole che tramonta e la barca che galleggia con il suo melodico equipaggio, creano un’atmosfera romantica e malinconica che non lascia indifferenti. Non é raro notare qualche turista che, mentre scatta le foto a quel meraviglioso tramonto, si lascia sfuggire qualche lacrima.

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Tramonto nella Praia de Jacaré (Joao Pessoa - Paraíba)



F I N E


Nel concludere questo racconto, non posso fare a meno di ricordare quando, otto anni prima, strappai quel biglietto aereo buttandolo nel cestino e dicisi di restare in Brasile. Conoscere il Brasile, la societá brasiliana ed i suoi usi e costumi, nonché la facilitá di socializzazione con i brasiliani, hanno contribuito molto alla mia crescita morale e culturale. Vivere nel clima tropico-equatoriale, con la natura quasi incontaminata e con lunghe e deserte spiagge come nel Nordest, nonché il costo della vita ancora sopportabile, giustificano e compensano ampiamente tutti gli altri disagi che il Brasile impone (che purtroppo non sono pochi) agli europei che vivono o si trasferiscono in Brasile. Mi auguro infine che la lettura di questo racconto sia stata di aiuto a quei lettori che, esasperati o delusi da qualche loro triste vicenda o stressati dal vivere quotidiano, possano superare tali momenti ricordando che ognuno di noi, se vuole, puó volare alto e libero come gli albatros.

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L’autore, riservandosi tutti i diritti, autorizza la diffusione e la copia di questo racconto, purché sia diffuso e copiato in modo integrale.
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Ho terminato di scrivere questo racconto il 23.10.2007
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MessaggioInviato: 10 Giu 2011 21:35:16    Oggetto:  
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Caro Albatros
è veramente bello e interessante il tuo "racconto di vita"
Se posso però avrei preferito un "diario" più particolareggiato sugli eventi giornalmente hai vissuto
Io avrei sottolineato aspetti magari poco importanti per te ma sicuramente genuini
Avrei descritto magari la personalità di qualche studente tuo di italiano che ti ha colpito sia in positivo che in negativo
Avrei descritto nei minimi particolari la tua esperienza nell'ospedale, il dottore, gli infermieri, la struttura etc.
Forse, in fondo in fondo, avrei preferito che tu scrivessi un tuo diario giornaliero e io mi sare letto tutto d'un fiato i tuoi 8 anni in Brasile
Ti ringrazio per averci messo a disposizione la tua vita
Saluti e boa sorte
Raffaele
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MessaggioInviato: 11 Giu 2011 21:55:56    Oggetto:  
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Bohemio72 ha scritto:
Caro Albatros
è veramente bello e interessante il tuo "racconto di vita"
Se posso però avrei preferito un "diario" più particolareggiato sugli eventi giornalmente hai vissuto
Io avrei sottolineato aspetti magari poco importanti per te ma sicuramente genuini
Avrei descritto magari la personalità di qualche studente tuo di italiano che ti ha colpito sia in positivo che in negativo
Avrei descritto nei minimi particolari la tua esperienza nell'ospedale, il dottore, gli infermieri, la struttura etc.
Forse, in fondo in fondo, avrei preferito che tu scrivessi un tuo diario giornaliero e io mi sare letto tutto d'un fiato i tuoi 8 anni in Brasile
Ti ringrazio per averci messo a disposizione la tua vita
Saluti e boa sorte
Raffaele


Carissimo Raffaele, nel ringraziarti per aver aperto il dibattito sul mio libro e sul Brasile (mi auguro che ne nasca un'ampia discussione con il contributo di altri lettori e forumisti), nonché per aver apprezzato i miei 8 anni anni di vita brasiliana messi a disposizione di tutti, ti dico subito che hai perfettamente ragione. Tuttavia, come avrai letto nel libro, questo racconto é nato da una pura e semplice mia esigenza di non dimenticare la lingua italiana scritta. Non so se lo sai, ma restare fuori dalla propria nazione per vari anni, scrivendo e parlando pochissimo la propria lingua, si corre inevitabilmente il rischio di dimenticare molte parole e soprattutto molti termini appropriati per esprimere compiutamente alcuni concetti. Con la lingua portoghese, tale pericolo é moooooolto piú probabile (si pensi alle doppie, che in portoghese sono quasi inesistenti).
Inoltre, devo anche dire che "a posteriori" mi sono reso conto che il mio racconto non era solo un mio lungo esercizio di lingua italiana, ma era anche un racconto di vita che stava interessando moltissimi lettori. In fondo, ció che é successo a me, poteva accadere a chiunque.
Concordo con te anche su ció che ti sarebbe piaciuto leggere, anzi questa osservazione mi lusinga molto, perché mi conferma che la mia forma di scrittura é scorrevole, di facile comprensione e credo per nulla pesante, quindi piacevole da leggere. Tuttavia, la mia iniziale intenzione era quella di fare una PANORAMICA GENERALE sul Brasile. Volevo scrivere qualcosa che fosse diverso dalle solite guide turistiche (spesso inesatte o molto approssimative, ma dai costi alti), e che potesse dare al lettore alcuni imput su ció che é o potrebbe essere il Brasile.
In definitiva, nel raccontare gli 8 anni della mia vita-viaggiata in Brasile, ho cercato di tenere sempre al centro del racconto il Brasile. Per farla breve, raccontare la mia vita é stato un “pretesto” per raccontare il Brasile.

Per quanto riguarda i dettagli che ti aspettavi di leggere (personalitá di alunni, ospedali, medici, infermieri, sistema sanitario, ecc...ecc...), credo che tu pretenda un po’ troppo. Da un dettagliato diario di vita di 8 anni, ne sarebbero usciti forse 8 libri Very Happy Very Happy Laughing .
Comunque terró conto del tuo suggerimento, per il prossimo libro che scriveró. Ciao
Um abraço
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holly

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Bellissimo racconto!!! Grande coraggio e intraprendenza.....ancora complimenti!
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